8 Novembre 2026 14:23
VISIONEDIGITALE / STORIE08.11.2026

Perché il petrolio resta caro nonostante la ripresa delle esportazioni

Le esportazioni dal Golfo Persico sono riprese, ma il greggio resta intorno ai 96 dollari al barile: rischio geopolitico, assicurazioni più care, rotte alternative e domanda cinese spiegano il paradosso.

Una petroliera in navigazione su una rotta marittima del Golfo Persico al tramonto
Illustrazione generata con intelligenza artificiale.

Le esportazioni di petrolio dal Golfo Persico sono tornate a salire, ma il mercato non ha smesso di prezzare il rischio. Il greggio continua a viaggiare intorno ai 96 dollari al barile, ben sopra i 60 dollari registrati nel dicembre 2025, perché i flussi ripresi non hanno cancellato l’incertezza geopolitica né i costi aggiuntivi accumulati lungo la catena di trasporto.

La dinamica è controintuitiva solo in apparenza: più petrolio torna sul mercato non significa automaticamente prezzi più bassi. Nel caso del Golfo, gli operatori stanno ancora pagando l’effetto della guerra in Medio Oriente, che non è finita e continua a rendere instabile la navigazione nello stretto di Hormuz, il passaggio più delicato per una parte decisiva delle esportazioni regionali.

Il rischio nello stretto di Hormuz resta incorporato nei prezzi

Una prima ragione riguarda l’incertezza geopolitica. L’area resta esposta ad attacchi sporadici tra Stati Uniti e Iran intorno allo stretto di Hormuz e alla ripresa della guerra civile in Yemen. Per i mercati, questo significa che la ripresa dei flussi non equivale a un ritorno alla normalità: basta un nuovo episodio per interrompere traffici, assicurazioni e rotte commerciali.

Il costo più immediato è quello assicurativo. I premi di rischio per le navi che attraversano Hormuz possono arrivare fino al 10 per cento del valore dello scafo, contro meno dell’1 per cento prima della guerra. È una variazione enorme, che si trasmette a valle lungo l’intera filiera: più costi per il trasporto, più costi per l’armatore, più costi per il carico finale.

Anche gli equipaggi riflettono questa tensione. Il dossier cita dati del Financial Times secondo cui i comandanti delle petroliere possono arrivare a guadagnare 100mila dollari al mese, rispetto ai 15mila di prima della guerra. Un incremento di questo tipo segnala quanto sia diventato oneroso trovare personale disposto a operare su rotte considerate più esposte.

Le rotte alternative attenuano il blocco, ma non cancellano il costo

Gli esportatori del Golfo hanno reagito spostando una quota crescente di petrolio su percorsi alternativi. Tra questi ci sono l’oleodotto Habshan-Fujairah negli Emirati Arabi Uniti e l’oleodotto saudita diretto verso il mar Rosso. A settembre, secondo i dati disponibili, il 40 per cento del petrolio sarebbe passato da questi canali, contro il 17 per cento prima della guerra.

Questa diversificazione ha aiutato a mantenere attivi i flussi, ma non è gratuita. Le infrastrutture alternative riducono il rischio di interruzione nel breve periodo, però spesso comportano costi logistici aggiuntivi, capacità limitata e una maggiore complessità operativa. Il risultato è che il mercato riceve il petrolio, ma lo riceve attraverso un sistema più caro e più fragile di prima.

In parallelo, da maggio la marina statunitense nella regione coordina il transito delle petroliere attraverso Hormuz per ridurre il rischio di attacchi e mine. Anche questo ha reso possibile la ripresa dei flussi, ma conferma che il tratto resta un punto di vulnerabilità da gestire, non un corridoio tornato innocuo.

La strategia iraniana e il picco di attacchi di ottobre

Il dossier indica anche un cambiamento nella tattica iraniana: invece di puntare soprattutto su missili e droni aerei, sarebbero stati usati droni sottomarini esplosivi, mine magnetiche e granate, strumenti più difficili da tracciare e da neutralizzare. È una differenza importante perché aumenta l’incertezza operativa anche quando non si verifica un blocco totale del traffico.

A ottobre, secondo la marina britannica, lo stretto di Hormuz ha registrato 35 attacchi segnalati, il numero più alto dall’inizio della guerra. Un dato del genere aiuta a capire perché il mercato non si fidi solo del recupero dei volumi: la frequenza degli incidenti conta quanto, e talvolta più, del volume totale esportato.

Perché la Cina pesa ancora sulla traiettoria del petrolio

Un altro elemento decisivo riguarda la domanda asiatica, e in particolare la Cina. Il Paese è il primo importatore mondiale di petrolio e il secondo consumatore globale. Nel periodo iniziale del conflitto aveva ridotto le importazioni, alleggerendo la pressione sui prezzi; da luglio, invece, avrebbe ripreso a esportare carburante e a importare petrolio, assorbendo parte del surplus che sarebbe altrimenti finito sul mercato spot.

Questo passaggio è cruciale: se la domanda cinese torna a crescere o si stabilizza su livelli elevati, il maggior afflusso dal Golfo non basta a spingere i prezzi verso il basso in modo netto. In altre parole, il mercato globale non guarda solo a quanto petrolio esce dal Golfo, ma anche a quanta capacità di assorbimento rimane altrove.

Il ruolo delle scorte strategiche e il deficit atteso

Nel quadro descritto entra anche il tema delle scorte strategiche. Dopo il fermo del traffico da Hormuz, parte del petrolio mancante è stato sostituito con riserve già disponibili. Questo meccanismo attenua gli shock immediati, ma non risolve il problema strutturale: le scorte vanno poi reintegrate, e la ricostituzione può sostenere la domanda proprio quando il mercato è già teso.

In più, l’Agenzia internazionale per l’energia prevede un mercato in deficit fino a fine anno. Se la domanda rimane superiore all’offerta disponibile o se la nuova offerta è più costosa da movimentare, i prezzi restano elevati anche in presenza di esportazioni in ripresa.

Un equilibrio fragile, più che un ritorno alla normalità

Il punto, quindi, non è che il petrolio sia sparito dal mercato. Il punto è che il mercato ha imparato a considerare più caro il rischio di farlo viaggiare. Le esportazioni dal Golfo sono riprese, ma tra tensione militare, rotte alternative, assicurazioni più costose, equipaggi pagati di più e domanda globale ancora irregolare, il prezzo continua a riflettere un sistema meno prevedibile di prima.

Per questo il greggio resta alto: nonostante il recupero dei flussi, il mercato continua a pagare la possibilità che quei flussi si interrompano di nuovo, o che tornino a passare da canali più costosi e vulnerabili. Finché la guerra non si avvicinerà davvero a una fase di stabilizzazione, il prezzo del petrolio difficilmente tornerà a muoversi come se la crisi fosse già alle spalle.

Fonti

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