7 Novembre 2026 16:24
VISIONEDIGITALE / STORIE06.11.2026

Auto 2035, l’Europa socchiude la porta ai motori a benzina

La commissione Ambiente del Parlamento europeo ha approvato una revisione del percorso auto 2035: obiettivo meno rigido, crediti industriali e iter ancora aperto.

Auto su strada davanti al Parlamento europeo con tema transizione energetica
Illustrazione generata con intelligenza artificiale.

La commissione Ambiente del Parlamento europeo ha approvato una revisione del percorso sulle emissioni delle auto nuove nel 2035, attenuando il vincolo che nella normativa attuale punta allo zero assoluto. Non si tratta di una cancellazione del bando ai motori termici, ma di una posizione negoziale che abbassa l’asticella e lascia aperto il dossier nelle prossime fasi legislative.

Il passaggio politico è rilevante perché tocca uno dei punti più simbolici del Green Deal. Nel 2023 l’Unione aveva fissato l’obiettivo di ridurre del 100% le emissioni di CO2 delle auto nuove entro il 2035, con una traiettoria intermedia già stabilita al 2030: -55% per le auto e -50% per i furgoni rispetto ai livelli del 2021. Il nuovo orientamento approvato in commissione non ribalta questo impianto, ma lo rende meno rigido.

Cosa cambia nel merito del compromesso

Secondo i testi discussi in Parlamento e le ricostruzioni giornalistiche che hanno seguito il voto del 4 novembre 2026, il nuovo target per le auto nuove nel 2035 scende dal 100% di riduzione all’87,5%. In altre parole, l’orizzonte dello stop alle emissioni resta formalmente in piedi, ma viene aperta una finestra regolatoria che ammorbidisce il risultato finale richiesto ai costruttori.

Il compromesso introduce anche meccanismi di compensazione. Tra questi c’è la possibilità di contabilizzare crediti legati all’acciaio a basse emissioni prodotto nell’Unione europea, una leva che secondo le ricostruzioni può alzare il livello di conformità sulla carta fino a un effetto complessivo descritto come 95%. Nel pacchetto compaiono inoltre altre flessibilità, tra cui super-crediti per piccole auto elettriche prodotte nell’Ue e un trattamento più favorevole per alcuni veicoli commerciali leggeri.

Perché Bruxelles sta cambiando linea

La svolta non va letta come un gesto improvviso, ma come il risultato di una pressione politica e industriale cresciuta negli ultimi mesi. I sostenitori dell’allentamento sostengono che il settore auto europeo debba confrontarsi con una transizione più graduale, per evitare ricadute su occupazione, filiere produttive e competitività rispetto a Cina e Stati Uniti. È questa la chiave con cui una parte del Parlamento giustifica l’apertura a maggiore flessibilità.

La revisione riflette infatti una maggioranza trasversale tra popolari, socialdemocratici e liberali. Dall’altro lato, ambientalisti e organizzazioni pro-clima hanno letto il voto come un passo indietro sul Green Deal, sostenendo che ogni margine concesso ai motori termici rischia di rallentare la trasformazione del mercato e gli investimenti in elettrico, batterie e infrastrutture di ricarica.

Il voto in commissione non chiude il dossier

Un elemento decisivo è che il voto della commissione Ambiente non equivale a una decisione definitiva. Si tratta di un passaggio preliminare del processo legislativo europeo: il testo dovrà passare dalla plenaria del Parlamento, attesa nel dicembre 2026, e solo dopo potrà aprirsi il confronto finale con il Consiglio dell’Ue. Fino a quel momento, il nuovo assetto resta una posizione negoziale, non una norma definitiva.

Questo significa che il quadro può ancora cambiare. La distanza tra l’obiettivo originario di zero emissioni e il nuovo 87,5% potrebbe essere ampliata o ridotta nel negoziato tra istituzioni, anche in base alle pressioni dei governi nazionali e delle diverse famiglie politiche europee. Il dossier, insomma, è entrato in una fase più politica che tecnica.

Le conseguenze per auto, industria e consumatori

Per i costruttori, una soglia meno severa può tradursi in maggiore margine di manovra nella pianificazione industriale. In particolare, le case automobilistiche avrebbero più tempo per bilanciare investimenti in elettrificazione, modelli ibridi, piattaforme produttive e riconversione della filiera. Per l’industria europea dell’auto, che chiede da tempo un approccio meno brusco, questa flessibilità è una risposta alle preoccupazioni su costi e tempi della transizione.

Per i consumatori, le ricadute dipenderanno da come il compromesso sarà tradotto nel testo finale. Se il nuovo impianto verrà confermato, il mercato potrebbe restare più a lungo in una fase ibrida, con una presenza residua di modelli termici anche oltre il 2035. Questo non significa però un ritorno al passato: la direzione di marcia resta quella della decarbonizzazione, ma con un passo meno netto rispetto alla linea fissata due anni fa.

Per il clima, la questione è più delicata. Ogni flessibilità concessa all’obiettivo finale può ridurre la chiarezza del segnale regolatorio, soprattutto in un settore in cui le decisioni di investimento si prendono con anni di anticipo. È proprio qui che si concentra il conflitto tra due priorità europee: taglio delle emissioni e salvaguardia della base industriale.

Il punto politico: non è una resa, ma una revisione del compromesso

Definire il voto come una semplice marcia indietro sarebbe riduttivo. Il dato politico più importante è che il Parlamento europeo sta cercando un nuovo equilibrio fra transizione ecologica e competitività industriale. Il risultato non è ancora scritto: per ora c’è una posizione che ammorbidisce l’obiettivo, non una norma già chiusa.

La partita sul 2035 resta quindi aperta. Ma il segnale arrivato da Bruxelles è chiaro: l’orizzonte della fine dei motori a benzina e diesel, così come era stato immaginato nel 2023, potrebbe diventare meno rigido di quanto sembrasse solo pochi mesi fa.

Fonti

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