30 Settembre 2026 6:24
VISIONEDIGITALE / STORIE28.09.2026

Drenaggio fiscale, torna la “tassa invisibile”: perché l’inflazione può mangiarsi gli aumenti di stipendio

drenaggio fiscale 2026

L’inflazione torna a salire e insieme ai prezzi riappare un fenomeno di cui si era parlato molto durante la precedente fiammata inflazionistica: il drenaggio fiscale, o fiscal drag.

Non si tratta di una nuova imposta approvata dal Parlamento e non significa che siano state aumentate formalmente le aliquote. Il meccanismo è molto più silenzioso: stipendi e pensioni possono crescere nominalmente per inseguire l’aumento dei prezzi, mentre scaglioni, soglie e detrazioni fiscali rimangono sostanzialmente fermi.

Il risultato è paradossale: il reddito aumenta sulla carta, il potere d’acquisto può rimanere invariato o perfino diminuire, ma il contribuente rischia comunque di pagare più Irpef.

Ed è proprio questo rischio che sta tornando al centro del dibattito economico italiano.

L’inflazione è tornata sopra il 3%

Il punto di partenza sono i prezzi.

Secondo i dati definitivi dell’Istat, ad agosto 2026 l’inflazione italiana è salita al 3,3% su base annua, rispetto al 2,9% di luglio. L’accelerazione è stata sostenuta soprattutto dai beni energetici: quelli regolamentati sono cresciuti del 18,6% su base annua e quelli non regolamentati del 17%.

L’inflazione media acquisita per il 2026 era già arrivata al 2,9% ad agosto.

Anche le previsioni della Banca d’Italia indicano un’inflazione significativamente superiore ai livelli ipotizzati soltanto pochi mesi prima. Nelle proiezioni pubblicate a giugno, Palazzo Koch stimava per l’Italia un aumento medio dei prezzi del 3,1% nel 2026 e del 2% nel 2027.

Ed è proprio quando l’inflazione accelera che il fiscal drag diventa rilevante.

Cos’è il fiscal drag, spiegato semplicemente

Immaginiamo un lavoratore che riceva un aumento del 4%.

A prima vista sembra stare meglio. Ma se nello stesso periodo i prezzi sono aumentati del 4%, il suo potere d’acquisto reale non è aumentato: può comprare, più o meno, le stesse cose di prima.

Fiscalmente, però, il suo reddito è cresciuto.

Il sistema Irpef è progressivo e nel 2026 prevede, tra l’altro, un’aliquota del 33% per la parte di reddito compresa tra 28.000 e 50.000 euro, dopo la riduzione dal precedente 35% introdotta dalla legge di Bilancio 2026.

Quando il reddito nominale aumenta, una quota maggiore può quindi finire negli scaglioni superiori. Ma il problema non riguarda soltanto il passaggio da un’aliquota all’altra.

Molte detrazioni fiscali diminuiscono progressivamente all’aumentare del reddito. Di conseguenza, l’aliquota effettivamente pagata dal contribuente può aumentare anche senza un vero salto di scaglione.

È questo il cuore del drenaggio fiscale.

Il lavoratore riceve un aumento che dovrebbe semplicemente compensare l’inflazione, ma una parte di quell’aumento viene assorbita dalla maggiore imposizione.

Quanto potrebbe costare nel 2026 e nel 2027?

Qui bisogna distinguere tra dati certi e simulazioni.

Secondo elaborazioni degli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo riportate negli ultimi giorni, partendo dalle previsioni di inflazione della Banca d’Italia, il fiscal drag potrebbe generare circa 8,1 miliardi di euro di maggiore prelievo complessivo nel biennio 2026-2027 nello scenario centrale.

Di questi, circa 6 miliardi riguarderebbero i lavoratori dipendenti e circa 2 miliardi i pensionati.

Ma il conto potrebbe aumentare nel caso di un’inflazione più persistente.

Con un aumento cumulato dei prezzi del 6%, la stima salirebbe a circa 9,35 miliardi di euro.

Nello scenario più severo, con un’inflazione cumulata dell’8,2%, il drenaggio fiscale potrebbe arrivare a 12,74 miliardi di euro, circa 9 miliardi dei quali a carico dei lavoratori e quasi 4 miliardi dei pensionati.

È importante sottolinearlo: quasi 13 miliardi non sono una cifra già prelevata né una previsione certa. Rappresentano lo scenario più sfavorevole della simulazione.

Con le previsioni centrali attualmente disponibili, la cifra di riferimento è sensibilmente più bassa.

Perché l’inflazione fa aumentare anche le entrate dello Stato

Il fiscal drag ha un’altra conseguenza: migliora automaticamente il gettito fiscale.

Se stipendi e pensioni nominali aumentano mentre le regole fiscali rimangono ferme, l’Irpef incassata dallo Stato tende a crescere.

Secondo alcune stime circolate nell’ambito della discussione sulla prossima manovra, il fenomeno potrebbe generare nell’ordine di 5-6 miliardi di maggiori entrate annue.

Per i conti pubblici è un effetto favorevole.

Per il singolo contribuente, però, la situazione è diversa: una parte del recupero salariale ottenuto per compensare l’inflazione può essere assorbita dal Fisco.

Il punto quindi non è che lo Stato abbia introdotto deliberatamente una nuova tassa, ma che un sistema fiscale progressivo non completamente indicizzato all’inflazione produce automaticamente questo effetto.

Non è però corretto dire che negli ultimi anni il Fisco abbia soltanto “drenato”

C’è un elemento importante che rischia di perdersi nel dibattito.

L’Istat ha analizzato proprio gli effetti del fiscal drag tra il 2021 e il 2026 e ha concluso che, considerando complessivamente le riforme fiscali introdotte nello stesso periodo, il drenaggio fiscale è stato in media più che compensato.

La stima dell’Istituto indica un beneficio medio complessivo di circa 40 euro per contribuente rispetto agli effetti del fiscal drag.

Il risultato, però, non è stato uniforme.

Le misure hanno favorito soprattutto i redditi medio-bassi e i lavoratori dipendenti, mentre pensionati e contribuenti con redditi più elevati hanno ricevuto compensazioni inferiori o insufficienti a neutralizzare completamente il drenaggio.

Anche un’analisi pubblicata dalla Banca d’Italia nel gennaio 2026 era arrivata a conclusioni simili: nel 2025, in media, le politiche adottate avevano più che compensato gli effetti del fiscal drag e dell’erosione delle prestazioni sociali, contribuendo al recupero del potere d’acquisto delle famiglie.

Quindi parlare semplicemente di una “tassa nascosta” accumulatasi indisturbata negli ultimi anni sarebbe impreciso.

Il problema riguarda soprattutto ciò che potrebbe accadere ora, con una nuova accelerazione dell’inflazione.

Perché il problema torna proprio adesso

Il sistema fiscale italiano non prevede una completa indicizzazione automatica dell’Irpef all’inflazione.

In altre parole, se i prezzi aumentano del 3%, non vengono automaticamente aumentate della stessa percentuale tutte le soglie degli scaglioni, le detrazioni e i relativi limiti di reddito.

Proposte parlamentari per introdurre meccanismi di neutralizzazione automatica del drenaggio fiscale sono state presentate, ma non sono entrate nella disciplina attualmente applicata.

Questo significa che, quando l’inflazione è bassa, il fenomeno può essere relativamente contenuto.

Quando invece salari e pensioni iniziano a rincorrere rapidamente il costo della vita, la differenza diventa molto più visibile.

Ed è esattamente la situazione che potrebbe verificarsi nel prossimo biennio.

Il paradosso degli aumenti salariali

Il fiscal drag crea infine un paradosso particolarmente evidente nei rinnovi contrattuali.

Molti contratti collettivi vengono rinnovati proprio con l’obiettivo di recuperare almeno una parte del potere d’acquisto perso durante gli anni di inflazione.

Ma se un lavoratore riceve, per esempio, un incremento salariale destinato semplicemente a compensare l’aumento dei prezzi, quell’aumento entra comunque nel reddito imponibile.

Se contemporaneamente soglie e detrazioni non vengono rivalutate, una parte dell’incremento viene assorbita dalla maggiore pressione fiscale.

Il lavoratore può quindi ottenere un aumento nominale significativo e ritrovarsi con un incremento reale del reddito netto molto inferiore a quello atteso.

Per i pensionati il principio è simile: la rivalutazione nominale degli assegni può determinare un aumento dell’imposizione effettiva.

Come si potrebbe eliminare il fiscal drag?

Dal punto di vista tecnico la soluzione più lineare sarebbe indicizzare all’inflazione gli elementi principali dell’Irpef.

Si potrebbero quindi rivalutare periodicamente:

  • gli scaglioni di reddito;
  • le detrazioni;
  • le soglie di accesso alle agevolazioni;
  • eventuali limiti reddituali.

In questo modo un incremento nominale del reddito pari all’inflazione non determinerebbe automaticamente un aumento della pressione fiscale reale.

L’alternativa è quella seguita più frequentemente in Italia: intervenire periodicamente attraverso modifiche delle aliquote, detrazioni, bonus o altre misure fiscali.

È ciò che è accaduto anche con la legge di Bilancio 2026, che ha ridotto dal 35% al 33% la seconda aliquota Irpef sui redditi tra 28.000 e 50.000 euro.

Le due strategie, però, non sono equivalenti: l’indicizzazione sarebbe automatica, mentre gli interventi discrezionali dipendono ogni volta dalle scelte del governo e dalle risorse disponibili.

Il fiscal drag sarà uno dei temi della prossima manovra

Il tema arriva proprio mentre il governo sta preparando il nuovo quadro di finanza pubblica e la prossima legge di Bilancio.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha confermato il 23 settembre che la prosecuzione della riduzione dell’imposizione sui redditi del ceto medio rimane tra gli obiettivi in discussione, precisando però che le scelte definitive dipenderanno dal nuovo quadro di finanza pubblica.

Ed è qui che il fiscal drag diventa contemporaneamente un problema fiscale e politico.

Da una parte produce maggiori entrate e contribuisce a migliorare i conti pubblici.

Dall’altra può ridurre l’efficacia degli aumenti salariali e delle rivalutazioni pensionistiche proprio mentre le famiglie devono affrontare una nuova accelerazione dei prezzi.

Una tassa che non compare in nessuna legge

Il drenaggio fiscale ha una caratteristica particolare: può aumentare la pressione fiscale senza modificare formalmente le aliquote.

Nessuno approva una nuova imposta e nessuna voce aggiuntiva compare nella busta paga.

Sono semplicemente i prezzi e i redditi nominali a muoversi mentre una parte del sistema fiscale rimane ferma.

Con l’inflazione italiana tornata al 3,3% ad agosto, il fenomeno non è più soltanto un esercizio teorico.

Ma neppure i quasi 13 miliardi evocati nelle ultime ore devono essere considerati inevitabili: rappresentano uno scenario estremo.

Il dato più significativo, per ora, è un altro: se l’inflazione rimarrà elevata anche nel 2027 e il sistema Irpef non verrà adeguato, una parte degli aumenti di stipendi e pensioni destinati a recuperare potere d’acquisto rischierà di trasformarsi automaticamente in maggiore gettito fiscale.

Ed è probabilmente su questo equilibrio — tra necessità di tenere in ordine i conti pubblici e tutela del reddito reale delle famiglie — che si giocherà una parte importante della prossima legge di Bilancio.

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