IRPEF in Italia, chi paga davvero le tasse? Il 30% dei contribuenti versa quasi l’80% dell’imposta

Il sistema fiscale italiano presenta una caratteristica che emerge con particolare chiarezza analizzando le ultime dichiarazioni dei redditi: il gettito dell’IRPEF è fortemente concentrato su una parte relativamente ridotta dei contribuenti.
Secondo i dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze relativi ai redditi prodotti nel 2024 e dichiarati nel 2025, in Italia ci sono 42,84 milioni di contribuenti IRPEF. Il totale dei redditi dichiarati ha superato quota 1.076 miliardi di euro.
Ma quanti di questi contribuenti versano effettivamente l’imposta? E soprattutto: chi sostiene la parte maggiore del gettito?
L’ultimo Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate di Itinerari Previdenziali, elaborato utilizzando i dati ufficiali del MEF e dell’Agenzia delle Entrate, permette di osservare la situazione nel dettaglio.
42,8 milioni di contribuenti, ma 34,1 milioni pagano effettivamente IRPEF
Il primo numero da comprendere è proprio questo.
I contribuenti censiti dal fisco sono 42.837.963, ma quelli che versano effettivamente almeno un euro di IRPEF sono 34.105.072.
La differenza è di circa 8,7 milioni di persone.
Questo non significa, però, che si tratti di evasori fiscali.
Un contribuente può avere un’imposta netta pari a zero perché dispone di un reddito molto basso, perché beneficia delle detrazioni previste dalla normativa oppure perché rientra sostanzialmente nella cosiddetta no tax area.
È una distinzione importante: non pagare IRPEF non equivale automaticamente a non pagare le tasse e, soprattutto, non equivale a evadere.
Quasi 25 milioni di italiani non versano IRPEF
Se invece allarghiamo lo sguardo all’intera popolazione, che si aggira intorno ai 59 milioni di residenti, i circa 34,1 milioni di effettivi versanti IRPEF rappresentano poco più della metà degli italiani.
La differenza porta a circa 24,8 milioni di residenti che non versano IRPEF.
Ma anche questo dato deve essere interpretato correttamente.
In quei 24,8 milioni rientrano infatti situazioni molto diverse: minori, persone fiscalmente a carico, cittadini senza reddito, persone con redditi molto bassi e contribuenti la cui imposta viene completamente assorbita da detrazioni e agevolazioni.
Dire che quasi 25 milioni di italiani “non pagano tasse” sarebbe quindi una semplificazione.
L’IRPEF è soltanto una delle imposte esistenti. Anche una persona che non versa IRPEF può pagare IVA sui consumi, accise, imposte locali e numerosi altri tributi indiretti.
Il dato più significativo: il 30% paga quasi l’80% dell’IRPEF
La parte più interessante dell’analisi riguarda però la distribuzione del gettito.
I contribuenti con reddito fino a 29.000 euro rappresentano il 69,78% del totale, ma generano soltanto il 21,33% dell’IRPEF complessiva.
Di conseguenza, il restante 30,22% dei contribuenti versa il 78,67% dell’intera IRPEF italiana.
Tradotto in termini molto semplici:
circa tre contribuenti su dieci finanziano quasi quattro quinti dell’imposta personale sul reddito.
È probabilmente il numero che meglio descrive la particolare struttura dell’IRPEF italiana.
Sopra i 35.000 euro cambia completamente il peso fiscale
La concentrazione diventa ancora più evidente analizzando i redditi superiori.
I contribuenti che dichiarano almeno 35.000 euro lordi l’anno rappresentano appena il 18,78% del totale, quindi meno di un contribuente su cinque.
Eppure questa fascia versa complessivamente circa il 65% dell’intera IRPEF.
Parliamo di circa 8 milioni di persone.
Allargando la platea anche ai contribuenti compresi tra 29.000 e 35.000 euro si arriva appunto al 30,22% dei contribuenti e al 78,67% del gettito.
La struttura è quindi molto concentrata.
E chi guadagna più di 100.000 euro?
Salendo ulteriormente con i redditi la differenza diventa ancora più evidente.
Le persone che dichiarano più di 100.000 euro lordi l’anno sono circa 745.600, appena l’1,75% dei contribuenti.
Questo piccolo gruppo genera però da solo il 22,25% di tutta l’IRPEF italiana.
In particolare, le fasce superiori risultano così distribuite:
- tra 100.000 e 200.000 euro ci sono circa 597.000 contribuenti;
- tra 200.000 e 300.000 euro circa 89.500;
- oltre i 300.000 euro circa 58.700.
Complessivamente questi circa 745.600 contribuenti versano più di un quinto dell’IRPEF nazionale.
Perché succede?
Una parte importante della spiegazione è molto semplice: l’IRPEF è un’imposta progressiva.
Il sistema è costruito proprio affinché chi possiede redditi più elevati contribuisca non soltanto con una quantità maggiore di denaro, ma anche con una percentuale progressivamente superiore del proprio reddito imponibile.
A questo si aggiungono detrazioni, deduzioni, bonus e agevolazioni che incidono soprattutto sui redditi più bassi.
Di conseguenza sarebbe sbagliato aspettarsi che, per esempio, il 30% dei contribuenti debba pagare soltanto il 30% dell’IRPEF.
Se fosse così, l’imposta sarebbe sostanzialmente proporzionale e non progressiva.
La vera questione interessante è un’altra: quanto può essere concentrato il finanziamento del sistema pubblico prima che questa concentrazione diventi economicamente problematica?
Su questo terreno si entra però nel campo delle valutazioni di politica fiscale, e non esiste una risposta puramente matematica.
I redditi bassi sono tantissimi
Il dato sulla concentrazione dell’IRPEF racconta infatti soltanto una parte della storia.
Quasi 8 milioni di contribuenti dichiarano meno di 7.500 euro l’anno e versano mediamente appena 19 euro di IRPEF.
Altri circa 7,4 milioni si collocano tra 7.500 e 15.000 euro.
Considerando anche la fascia tra 15.000 e 20.000 euro, quasi il 47% dei contribuenti italiani dichiara meno di 20.000 euro lordi l’anno e complessivamente genera appena il 5% del gettito IRPEF.
Questo introduce un altro problema fondamentale.
La forte concentrazione dell’IRPEF non dipende soltanto dalla struttura delle aliquote: riflette anche una distribuzione dei redditi nella quale una parte molto ampia della popolazione dichiara cifre relativamente basse.
Redditi bassi, agevolazioni ed evasione: tre fenomeni da non confondere
Quando si parla di queste statistiche è facile sovrapporre fenomeni diversi.
Una persona può pagare poca IRPEF perché guadagna poco.
Un’altra può non pagarla perché beneficia delle detrazioni previste dalla legge.
Un’altra ancora potrebbe invece sottodichiarare illegalmente il proprio reddito.
Dal punto di vista statistico sono situazioni profondamente differenti.
Ed è proprio per questo che il numero delle persone che non versano IRPEF non può essere utilizzato come misura dell’evasione fiscale italiana.
Per misurare l’evasione servono analisi specifiche sul cosiddetto tax gap, cioè sulla differenza tra quanto lo Stato dovrebbe incassare secondo la normativa e quanto effettivamente viene versato.
Quanto pesa davvero l’economia sommersa?
Un altro dato aiuta a comprendere le dimensioni del fenomeno.
Secondo l’Istat, nel 2023 l’economia non osservata italiana valeva circa 217,5 miliardi di euro, pari al 10,2% del PIL.
Di questi, poco meno di 198 miliardi erano riconducibili all’economia sommersa, mentre circa 20 miliardi derivavano dalle attività illegali.
Attenzione, però: anche qui le grandezze non vanno confuse.
Quei 217,5 miliardi non rappresentano tasse evase.
Rappresentano il valore dell’attività economica che non emerge completamente nelle statistiche ordinarie. L’imposta che lo Stato avrebbe potuto incassare su quell’attività è necessariamente una cifra differente e inferiore.
Il vero problema italiano è più complesso di quanto sembri
Mettendo insieme tutti questi dati emerge una situazione meno semplice di quanto possa apparire.
Da una parte abbiamo un sistema IRPEF fortemente progressivo, nel quale i redditi medio-alti e alti sostengono una quota molto elevata del gettito.
Dall’altra abbiamo milioni di contribuenti con redditi molto bassi, ai quali non sarebbe realistico chiedere un contributo fiscale particolarmente elevato.
A tutto questo si aggiunge l’evasione fiscale, che riduce ulteriormente la base imponibile effettivamente disponibile.
La conseguenza è che il peso dell’IRPEF finisce per concentrarsi soprattutto sui contribuenti che possiedono redditi medio-alti facilmente individuabili dal fisco, tra i quali hanno un ruolo importante lavoratori dipendenti e pensionati.
Ma i numeri non dimostrano automaticamente che qualcuno “paghi troppo” o che qualcun altro “paghi troppo poco”: per arrivare a questa conclusione servirebbe stabilire prima quale livello di redistribuzione si considera desiderabile.
Una domanda destinata a diventare sempre più importante
Il punto centrale, quindi, non è semplicemente chiedersi quanti italiani pagano le tasse.
La domanda più interessante è:
quanto deve essere ampia la base di contribuenti che finanzia uno Stato sociale moderno?
Sanità, istruzione, pensioni assistenziali, servizi pubblici e welfare devono essere finanziati in qualche modo. Se una parte molto ampia della popolazione dispone di redditi così bassi da contribuire poco attraverso l’IRPEF, il peso inevitabilmente si sposta sulle fasce che hanno una maggiore capacità contributiva e sulle altre forme di tassazione.
I dati delle dichiarazioni 2024 mostrano quindi qualcosa di più profondo di una semplice curiosità statistica.
L’Italia ha 42,8 milioni di contribuenti, ma il cuore del gettito IRPEF è sostenuto da una platea molto più ristretta: il 30% paga quasi l’80% dell’imposta e meno del 19% ne sostiene circa due terzi.
Capire perché accade significa parlare contemporaneamente di progressività fiscale, livelli salariali, distribuzione dei redditi, welfare ed evasione.
Ed è probabilmente da qui che dovrebbe partire qualsiasi discussione seria sul futuro del fisco italiano.


