Poste-TIM, l’OPAS entra nella fase decisiva: quota potenziale oltre il 70%, cosa cambia davvero

Poste Italiane ha ormai conquistato il controllo di TIM e la riapertura dell’offerta continua ad aumentare le adesioni. Al 22 settembre, considerando anche le azioni consegnate nella seconda finestra, la partecipazione potenziale supera il 70% del capitale. Ma l’operazione va molto oltre una semplice acquisizione: l’obiettivo è costruire uno dei maggiori gruppi italiani nei servizi digitali, finanziari e di telecomunicazione.
Quella di Poste Italiane su TIM viene spesso definita semplicemente “OPA”, ma tecnicamente si tratta di una OPAS, cioè un’offerta pubblica di acquisto e scambio: gli azionisti TIM che aderiscono ricevono infatti sia denaro sia azioni Poste Italiane.
E a questo punto il risultato dell’operazione appare già molto chiaro.
Alla conclusione del periodo ordinario di adesione, l’11 settembre, Poste Italiane aveva raggiunto il 66,627% del capitale sociale di Telecom Italia, dopo essere partita da una partecipazione di circa il 20%. Il controllo della società telefonica è quindi già nelle mani del gruppo guidato da Matteo Del Fante.
La partita, però, non è ancora terminata.
L’OPAS è stata riaperta fino al 25 settembre
Come previsto dalla documentazione dell’offerta, i termini sono stati riaperti per cinque sedute di Borsa, dal 21 al 25 settembre 2026. Le azioni portate in adesione durante questa seconda finestra verranno regolate il 2 ottobre.
E già nelle prime due giornate il numero dei titoli consegnati è aumentato sensibilmente.
Il 22 settembre Borsa Italiana ha comunicato che nella sola giornata erano state apportate all’offerta 76.253.184 azioni TIM. Sommando anche quelle consegnate il 21 settembre, le nuove adesioni della seconda finestra sono arrivate a 84.832.988 azioni.
Complessivamente, considerando anche le azioni consegnate durante il periodo ordinario, è stato quindi apportato il 63,2005% delle 1,706 miliardi di azioni oggetto dell’offerta.
Tradotto in termini di capitale TIM, sommando le azioni già detenute da Poste prima dell’OPAS, il risultato corrisponde matematicamente a una partecipazione potenziale di circa 70,6%.
Il dato definitivo potrà naturalmente crescere ancora: restano infatti le adesioni del 23, 24 e 25 settembre.
Quanto offre Poste per ogni azione TIM
L’offerta originaria prevedeva per ciascuna azione TIM una componente in contanti pari a 1,67 euro più 0,218 nuove azioni Poste Italiane.
Il 7 settembre Poste ha però deciso di rendere l’operazione più appetibile, aumentando di 0,30 euro per azione la componente cash e rinunciando contemporaneamente alla precedente condizione che richiedeva il raggiungimento del 66,67% dei diritti di voto.
Il corrispettivo è quindi salito a 1,97 euro in contanti più 0,218 azioni Poste Italiane per ogni azione TIM portata in adesione. Il consiglio di amministrazione di TIM ha preso atto favorevolmente del miglioramento dell’offerta.
La modifica ha avuto un effetto evidente sulle adesioni, accelerate soprattutto negli ultimi giorni della prima finestra.
Ma perché Poste vuole TIM?
È probabilmente questa la parte più interessante dell’intera operazione.
Poste Italiane non è più da molto tempo soltanto l’azienda che consegna lettere e pacchi. Il gruppo è diventato una piattaforma che opera contemporaneamente nella logistica, nei servizi finanziari e assicurativi, nei pagamenti digitali, nell’energia, nella telefonia e nei servizi destinati alla Pubblica Amministrazione.
TIM aggiunge a questo ecosistema un enorme patrimonio di clienti, infrastrutture tecnologiche, servizi cloud, data center, cybersecurity e telecomunicazioni.
Secondo Poste, il gruppo combinato avrebbe ricavi aggregati nell’ordine dei 26,9 miliardi di euro, un EBIT pro-forma di circa 4,8 miliardi e oltre 150 mila dipendenti.
Non è quindi difficile comprendere perché Poste consideri TIM il tassello tecnologico della propria trasformazione.
700 milioni di sinergie all’anno
Poste stima che l’integrazione possa generare a regime circa 700 milioni di euro l’anno di sinergie ante imposte.
Circa 500 milioni dovrebbero arrivare dalle sinergie di costo, mentre oltre 200 milioni dovrebbero derivare da maggiori ricavi.
Sul fronte dei costi, Poste individua possibili economie soprattutto nelle funzioni centrali, nel procurement, nell’IT e nel back-office, oltre a un miglioramento della gestione del debito e della liquidità di TIM.
Sul fronte commerciale, invece, la parola chiave sarà cross-selling.
Un cliente potrebbe quindi essere raggiunto con offerte che integrano connettività, telefonia, pagamenti, assicurazioni, energia e servizi digitali. Un potenziale particolarmente significativo esiste anche nel segmento Enterprise e nella Pubblica Amministrazione, dove entrambe le società hanno già una presenza importante.
Poste cita esplicitamente anche l’utilizzo di data analytics e intelligenza artificiale per migliorare personalizzazione delle offerte e rapporto con i clienti.
TIM potrebbe diventare il cuore tecnologico di Poste
Ed è qui che l’acquisizione diventa qualcosa di più interessante della semplice somma dei due fatturati.
Reuters ha evidenziato come la strategia possa inserirsi anche nella crescente corsa europea alle infrastrutture digitali e all’intelligenza artificiale. TIM dispone infatti di infrastrutture telecom, data center e competenze cloud che potrebbero essere integrate con la capillare rete fisica e digitale di Poste.
Poste conta decine di milioni di clienti e migliaia di uffici distribuiti sul territorio italiano. TIM porta con sé connettività, servizi ICT, cloud, cybersecurity e la presenza internazionale attraverso TIM Brasil.
La combinazione potrebbe quindi creare qualcosa di abbastanza raro in Europa: una piattaforma capace di offrire contemporaneamente servizi finanziari, assicurativi, telecomunicazioni, energia, identità digitale, cloud e servizi per aziende e Pubblica Amministrazione.
Non a caso Poste descrive TIM come un complemento della propria evoluzione verso una “platform company”.
E lo Stato?
C’è poi un elemento che rende l’operazione particolarmente rilevante per il sistema italiano.
Poste Italiane è una società quotata, ma il suo azionariato vede il Ministero dell’Economia e delle Finanze al 29,26% e Cassa Depositi e Prestiti al 35%, con CDP a sua volta controllata dal MEF.
Il controllo di TIM passa quindi, indirettamente, all’interno di un gruppo a forte partecipazione pubblica.
Poste stessa ha collegato l’operazione ai temi della trasformazione digitale del Paese, della sicurezza delle infrastrutture e della cosiddetta sovranità digitale, pur sottolineando il mantenimento dell’autonomia gestionale e delle regole di mercato.
È un cambio di scenario notevole per Telecom Italia, soprattutto se si considera la storia della società successiva alla privatizzazione.
Cosa succede adesso
Per clienti TIM e Poste non è realistico aspettarsi rivoluzioni immediate.
Il completamento dell’OPAS non significa automaticamente una fusione istantanea delle società, né un cambiamento immediato di tariffe, contratti o marchi. La vera integrazione industriale dovrà essere definita nei mesi successivi.
Poste ha già indicato che il piano industriale della nuova realtà integrata sarà presentato nel primo trimestre del 2027.
È quello il documento che permetterà di capire concretamente quali attività verranno integrate, quali resteranno separate e come saranno organizzati telecomunicazioni, servizi digitali, pagamenti, assicurazioni, cloud ed energia.
Il vero obiettivo resta il delisting di TIM
Fin dall’annuncio dell’operazione, Poste ha chiarito che l’obiettivo finale dell’offerta è l’acquisizione dell’intero capitale TIM e la revoca delle azioni Telecom Italia dalla quotazione su Euronext Milan.
Ed è per questo che le ultime giornate dell’OPAS rimangono importanti anche se il controllo della società è ormai acquisito.
La domanda non è più quindi se Poste controllerà TIM.
La domanda è fino a quale percentuale riuscirà a salire entro il 25 settembre e quale percorso verrà successivamente utilizzato per arrivare eventualmente al delisting.
Una delle più grandi trasformazioni industriali italiane degli ultimi anni
L’operazione Poste-TIM rischia di essere letta in maniera troppo semplice come “le Poste che comprano la compagnia telefonica”.
In realtà la logica industriale è differente.
Poste sta cercando di trasformarsi in una gigantesca piattaforma italiana di servizi e TIM rappresenta l’infrastruttura tecnologica che mancava per completare quel modello.
Pagamenti, assicurazioni, risparmio, telefonia, fibra, cloud, cybersecurity, energia, servizi digitali e Pubblica Amministrazione potrebbero finire all’interno dello stesso ecosistema.
Sulla carta le sinergie sono enormi. La parte difficile arriverà dopo: integrare due gruppi di queste dimensioni, realizzare davvero i 700 milioni di benefici stimati e trasformare la gigantesca base clienti in nuovi ricavi senza aumentare eccessivamente complessità e costi.
Il risultato dell’OPAS, però, ha già definito un punto fermo: TIM è entrata nell’orbita di Poste Italiane.
E con le adesioni ancora aperte fino al 25 settembre 2026, resta soltanto da capire quanto grande sarà, alla fine, la partecipazione con cui Poste inizierà il nuovo capitolo della storia di Telecom Italia.


