Without Kelly, la recensione del “corto” di Lovisa Sirén
Lovisa Sirén, regista, sceneggiatrice e montatrice svedese classe 1986, si è affermata come una voce distintiva nel panorama cinematografico contemporaneo, con una predilezione per l’esplorazione di relazioni intime, dinamiche di potere e personaggi complessi. Il suo lungometraggio d’esordio del 2022, Maya nilo (Laura), ha ricevuto plausi internazionali e nomination ai Guldbagge Awards, mentre i suoi cortometraggi precedenti come Pussy have the power, Audition e Baby sono stati acclamati in festival prestigiosi come Sundance e Locarno. Sirén è rinomata per la sua capacità di trattare drammi profondi con una mano leggera e un’autenticità viscerale, anche se in Without Kelly la leggerezza cede il passo a un’intensità quasi palpabile.
Con il cortometraggio Without Kelly, titolo originale svedese Utan Kelly, vincitore del prestigioso Orizzonti Award per il miglior cortometraggio alla Mostra del Cinema di Venezia 2025 e selezionato per il Sundance Film Festival 2026,Sirén si immerge nelle profondità del caos emotivo. La regista stessa ha dichiarato di voler rappresentare il caos emotivo che esplode quando una giovane madre è costretta a separarsi dal suo bambino per la prima volta. Il desiderio di Esther è un bisogno fisico e crudo che la trascina tra amore, dipendenza e desiderio. È una storia sulla perdita di controllo mentre si cerca di ritrovare un senso di sé all’indomani di una rottura e sui bisogni complessi del corpo femminile.
Il film segue Esther, interpretata da Medea Strid, una giovane madre costretta a lasciare la sua figlioletta Kelly al padre Truls Carlberg. Catturata in un vortice di disperazione e struggimento, Esther trascorre la notte alla ricerca di contatto e conforto, cercando modi per aggrapparsi a ciò che ama di più. Without Kelly si rivela un racconto crudo e senza compromessi della maternità, narrato con un approccio volutamente semplice ma incredibilmente intimo, interamente dal punto di vista femminile. Questo cortometraggio è un’esplorazione toccante e penetrante del legame materno, dell’ansia da separazione e della ricerca di identità in un momento di profonda vulnerabilità.
Lo sguardo autentico della regia
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La visione registica di Lovisa Sirén in Without Kelly è ciò che eleva il cortometraggio ben oltre una semplice narrazione. Sirén dimostra una chiara e fiduciosa visione autoriale, scegliendo di immergere lo spettatore nell’esperienza emotiva di Esther con una sincerità quasi viscerale. L’approccio narrativo, che potremmo definire show don’t tell, è encomiabile e si rivela un modo notevole per veicolare il tumulto interiore della protagonista senza ricorrere a spiegazioni didascaliche. Questa scelta, pur rendendo a tratti la risonanza con le lotte di Esther più esigente per via della mancanza di contesto esplicito, è una testimonianza della maturità artistica di Sirén.
La cinematografia di Christine Leuhusen è una delle colonne portanti del film. La sua fotografia, visivamente sbalorditiva, avvolge lo spettatore nell’intimità della vicenda, fungendo da ponte empatico verso l’esperienza di Esther. La telecamera è spesso frenetica e urgente, tracciando la protagonista in uno stato di angoscia e disagio attraverso l’uso magistrale di primi piani estremi che catturano ogni sfumatura del suo volto e ogni espressione non detta. Leuhusen impiega abilmente la luce, passando dalle tonalità calde di un bagno condiviso con la figlia all’atmosfera molto più austera e cupa dell’appartamento del padre di Kelly, riflettendo lo stato d’animo di Esther.
A completare questa tessitura sensoriale è la colonna sonora di Lisa Rydberg, evocativa e risonante a livello emotivo. Essa migliora la narrazione laddove il contesto è scarso e la sua qualità fluida supporta drammaticamente ogni scena. La decisione formale, rischiosa ma splendidamente ripagata, di rimuovere completamente la musica in momenti specifici, affidandosi interamente alla performance degli attori, sottolinea la fiducia di Sirén nella forza delle immagini e nell’intensità delle interpretazioni. Anche i suoni pratici, come gli stridii dei gabbiani, vengono impiegati per amplificare il tumulto psicologico di Esther, dimostrando una cura maniacale per ogni dettaglio sonoro.
L’intensità silenziosa delle interpretazioni
Il cuore pulsante di Without Kelly risiede indubbiamente nella performance centrale di Medea Strid nel ruolo di Esther. La sua interpretazione, cruda e onesta, è a dir poco fenomenale. Questa è la prima prova attoriale di Strid e la sua capacità di portare sullo schermo una presenza magnetica ed essenziale è ancora più sorprendente, poiché l’intera narrazione si affida quasi esclusivamente al suo personaggio e alla sua abilità di trasmettere un desiderio struggente di stare con la figlia, spesso con pochissimo dialogo. È attraverso le sue azioni, le sue espressioni facciali e il suo linguaggio del corpo che si manifestano i motivi e i sentimenti mutevoli di Esther, rendendola una scelta perfettamente calzante per i temi di desiderio e isolamento del film.
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La vulnerabilità disarmante di Strid e il suo profondo impatto emotivo attirano lo spettatore, rivelando un’innata comprensione delle emozioni complesse di Esther. Il suo è un ritratto non filtrato di una madre che affronta l’ansia da separazione, la ricerca di conforto e il tentativo di riaffermare la propria identità. La sua abilità nel comunicare tanto con il minimo dei mezzi è notevole e le apre le porte a ulteriori ruoli significativi.
Sebbene ai personaggi secondari, come il padre di Kelly Anton, Truls Carlberg e Ida Broddlinder, sia stato dato meno materiale su cui lavorare, le loro performance sono funzionali alla trama e la loro chimica con la protagonista è palpabile. Essi servono da catalizzatori per le reazioni di Esther o come specchi per le sue ansie, mantenendo il focus sulla sua esperienza interiore. Ma è Strid che regge il peso emotivo del film, incarnando la complessità della maternità contemporanea con una maestria che commuove e interroga.
Sfumature di maternità e identità femminile
Without Kelly è sì un film sulla separazione fisica, ma si propone anche come un’indagine audace e sfaccettata sulla maternità e sull’identità femminile nel contesto post rottura. Sirén dipinge un quadro senza compromessi della devastazione emotiva che una giovane madre affronta quando è costretta a prendere decisioni che cambiano la vita, riuscendo in ciò con pieno successo. Il desiderio di Esther non è solo di ricongiungersi alla figlia, ma è un bisogno fisico, quasi primordiale, che la spinge a inseguire il contatto e il conforto attraverso la notte.
La narrazione esplora la perdita di controllo e il tentativo di Esther di ritrovare un senso di sé. In questo contesto, l’imprevedibilità del suo comportamento è sbalorditiva e viene interamente veicolata attraverso le sue scelte, in particolare l’uso del suo corpo e del bisogno fisico di desiderio per anestetizzare il dolore dell’isolamento. Il film non teme di mostrare la complessità dei bisogni del corpo femminile e di come questi possano intrecciarsi con l’amore materno e la ricerca di un’identità autonoma. La tensione tra il ruolo di madre e quello di donna indipendente, con le proprie necessità e desideri, è gestita con una profondità che invita alla riflessione.
Un eco emozionale persistente
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Una delle imprese più impressionanti del cortometraggio è la rapidità con cui lo spettatore viene travolto dall’intimità della narrazione. Il film crea un legame empatico quasi immediato con Esther, rendendo palpabile il suo senso di vuoto e la sua ricerca di significato. È un’esperienza che, pur essendo concisa nella sua durata, lascia un’impronta duratura. La capacità di Without Kelly di evocare un forte senso di empatia è rara, spingendo lo spettatore a riflettere sulle realtà emotive della separazione materna e sull’esperienza femminile della perdita, al di là degli archi narrativi lineari convenzionali. Nonostante il suo ritmo serrato e la narrazione minimalista, l’opera riesce a essere una meditazione toccante e significativa sulla maternità e sull’assenza, ripercuotendosi profondamente nel cuore di chi guarda.
Cosa mi è piaciuto
Ciò che colpisce e avvince in Without Kelly è l’armonia quasi perfetta di ogni elemento, che si traduce in un’esperienza cinematografica potentemente evocativa.
- L’immedesimazione viscerale: la regia e la fotografia catapultano immediatamente nello stato d’animo di Esther.
- La forza della protagonista: Medea Strid offre un’interpretazione nuda e potentissima, vero cuore del film.
- Il coraggio narrativo: l’approccio show, don’t tell è efficace e dona profondità tematica.
- L’armonia tecnica: cinematografia e colonna sonora si fondono splendidamente per amplificare le emozioni.
- La profondità tematica: un’esplorazione onesta e complessa della maternità e dell’identità femminile.
Minime sfide narrative
Poche ancore contestuali: per alcuni, la totale assenza di background potrebbe rendere l’immedesimazione un po’ più faticosa all’inizio.
Un finale aperto: sebbene artisticamente valido, la non risoluzione di Esther potrebbe lasciare un senso di sospensione per chi cerca una chiusura più tradizionale.
Il verdetto: un capolavoro del corto
Without Kelly è un film che colpisce dritto al cuore e resta impresso nella memoria. Lovisa Sirén, con una regia sicura e profonda, ha creato un’opera che trascende la sua breve durata per esplorare la maternità e l’identità femminile con una forza e un’onestà rare. La performance di Medea Strid è un tour de force di emozione contenuta e palpabile, supportata da una cinematografia e una colonna sonora che elevano l’esperienza a livelli sublimi. È un cortometraggio che sfida, commuove e fa riflettere, dimostrando come l’arte del cortometraggio possa raggiungere vette di espressione e significato pari, se non superiori, a opere di più ampio respiro. Un capolavoro moderno che merita ogni riconoscimento e che promette un futuro brillante per tutti i talenti coinvolti. Due pollici in su, senza esitazione. Ben fatto.


