C’è un tipo di film horror che non si impone con grandi campagne promozionali né con nomi celebri in locandina, ma che continua a riaffiorare nelle conversazioni tra spettatori, spesso accompagnato da un’unica, lapidaria considerazione: è stato impossibile scrollarselo di dosso. È il caso di un’opera che negli anni ha costruito la propria fama attraverso reazioni estreme, entusiasmi convinti e respingimenti viscerali, diventando un riferimento per chi cerca un horror davvero disturbante. Stiamo parlando di Baskin – La porta dell’inferno, film turco diretto da Can Evrenol nel 2015.
La storia prende avvio seguendo cinque poliziotti durante un turno notturno segnato da noia, cinismo e piccole brutalità quotidiane. I dialoghi volgari e il tono realistico iniziale sembrano collocare il film su binari quasi ordinari, ma è una falsa sicurezza. Una chiamata li conduce in una zona periferica e isolata, dove una casa decrepita diventa il punto di accesso a qualcosa di incomprensibile e ostile. Da qui in avanti, la narrazione si sfalda progressivamente: il tempo perde linearità, le immagini si fanno sempre più allucinate e la violenza assume un valore rituale, come se i protagonisti fossero entrati in un luogo che non appartiene più al mondo dei vivi.
L’inquietudine di Baskin nasce proprio da questa trasformazione graduale. Evrenol non cerca di spiegare ciò che accade, ma immerge lo spettatore in un incubo fatto di simbolismi religiosi distorti, figure deformi, corpi mutilati e un senso di dannazione ineluttabile. Il gore è presente e spesso esplicito, ma non è mai fine a se stesso: è parte di un disegno più ampio, che mira a destabilizzare e a togliere ogni appiglio razionale. L’orrore è tanto fisico quanto psicologico, e la regia insiste su suoni, silenzi e inquadrature claustrofobiche per rendere l’esperienza sempre più opprimente.
Critica e pubblico hanno reagito in modo netto, seppur non unanime, e i principali aggregatori internazionali restituiscono chiaramente questa spaccatura. Su Rotten Tomatoes il film registra un gradimento critico alto, mentre il punteggio del pubblico è sensibilmente più basso, segno di un’opera che divide. Il “Critics Consensus” dell’aggregatore riassume così l’esperienza: «Baskin completa le sue emozioni gore con un’atmosfera densa e un ritmo deliberato, risultando in un horror che gioca con la mente con lo stesso entusiasmo con cui rovina l’appetito». Metacritic colloca il film in una zona di giudizio “misto o medio”, ma all’interno di questo quadro emergono valutazioni molto nette sull’impatto visivo e sensoriale. Tra le recensioni raccolte dall’aggregatore, Time Out parla di «immagini meticolose e orribilmente belle» e descrive le sequenze più estreme come «davvero oltraggiose». È un riscontro che spiega perché, soprattutto negli ambienti più attenti al cinema horror estremo, Baskin sia diventato sinonimo di esperienza limite: un film che respinge una parte degli spettatori, ma che per altri riesce a incarnare una forma di terrore difficile da dimenticare.
È proprio questa la chiave della sua fama sotterranea. Non un horror da consumo rapido, ma un viaggio scomodo e disturbante che continua a essere citato, consigliato e temuto. Per molti, dopo averlo visto, resta una convinzione difficile da smentire: non c’è niente di più inquietante. Se volete, potete recuperarlo a noleggio sulla piattaforma Blue Swan tramite Prime Video.
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