The Killer, com’è il film diretto da David Fincher

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“Non fidarti. Attieniti al piano. Niente empatia. Gioca d’anticipo. Non improvvisare. Mai concedere un vantaggio. Combatti solo se sei pagato per combattere. Chiediti: io cosa ci guadagno? Questo è quello che serve per avere successo”.

Queste sono le frasi, o sarebbe meglio dire il mantra che ripete Michael Fassbender in The Killer, nuovo film di David Fincher, che torna dopo tre anni dopo il suo lavoro precedente, Mank – biopic sullo sceneggiatore di Quarto potere – con un’altra produzione targata Netflix, in concorso durante l’80a Mostra del Cinema di Venezia.

Il regista di Seven e Zodiac si cimenta in un thriller basato sul fumetto del francese Matz, e ci traghetta nella storia di un sicario che, dopo un disastroso passo falso, sfida i propri committenti, e se stesso, in una caccia all’uomo su scala globale.

Un thriller serrato su un assassino metodico e distaccato. The Killer è il dodicesimo film del regista David Fincher, una storia che indaga la psiche interiore di un uomo che uccide per vivere. Michael Fassbender interpreta un assassino senza nome e quest’opera ci permette di entrare nei suoi pensieri più profondi, nel suo metodo, nelle sue pratiche quotidiane, mostrandoci la sua realtà e quanto sia banale, quasi monotona.

Questa è una scelta sicuramente diversa e interessante per certi aspetti, perché quello che è a tutti gli effetti un revenge movie viene depotenziato di tutti gli aspetti esplosivi e detonanti: certo la tensione non manca, con il risultato che ogni cliché sul killer deflagra per cedere il posto a un individuo scaltro, lucido, calibrato, che deve confrontarsi con la noia, con i momenti di vuoto e di inevitabile fissità.

Non ci sono discoteche, non ci sono abiti eleganti, c’è la quotidianità di un sicario che fa yoga, che indossa le cuffie per ascoltare gli Smiths, che fa tutto il possibile per passare inosservato, che usa un monitor da polso per assicurarsi che il suo battito cardiaco sia al di sotto di una certa soglia prima di premere il grilletto: è un asceta, e nella sequenza di apertura parla della sfida più grande del suo lavoro, ovvero l’inevitabile tedio. The Killer, oltre ad osservare la vita interiore di un assassino, è un film sull’attesa, l’attesa di uccidere le persone.

Siamo nella sua testa, nella sua psiche: un lungo monologo interiore ci spiega la sua disciplina, la prassi, la postura da vero calcolatore. Fincher è molto abile nel calibrare le scene, molto equilibrato, quasi chirurgico nel soppesare la tensione, la violenza, costruisce le scene con l’astuzia di un vero cineasta della suspense. In un certo senso l’approccio del protagonista è lo stesso del regista: Fincher ha la stessa attitudine, calcola ogni momento, ogni movimento, nessuna empatia, nessun errore, cosa che rende The Killer un’opera minimalista e nichilista.

In questo thriller molto lineare non ci sono molte sorprese, ed è eseguito con precisione millimetrica da un regista che è un perfezionista, con il risultato che questa freddezza, questa calibrazione puntuale ci restituisce una trama piuttosto esigua, e una narrazione senza polso. Fincher realizza una storia ordinaria, accessibile nella forma che procede a bassa velocità.

“Se non sei in grado di sopportare la noia questo lavoro non fa per te”. Forse alla fine l’anticlimax del film è voluto, con Fincher che tenta di sovvertire qualsiasi previsione di un action movie scopettiante, mettendo in discussione ogni aspettativa.

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