Il compianto regista statunitense David Lynch è stato uno dei cineasti più audaci e visionari di sempre, oltre che un artista a 360 gradi che non ha mai temuto di cimentarsi in molteplici forme espressive. Eppure, anche tra i suoi fan più fedeli, sono i pochi a conoscere un peculiare e curioso progetto col quale ha unito il western alla commedia. Stiamo parlando di Il cowboy e il francese, un’opera completamente diversa da qualsiasi cosa mai prodotto prima, e che nasconde anche una genesi decisamente insolita.
Per celebrare il decimo anniversario nel 1988, il celebre quotidiano d’oltralpe Le Figaro diede vita a un ambizioso progetto culturale intitolato The French as seen by…., invitando alcuni grandi registi internazionali a realizzare dei cortometraggi sull’incontro (o scontro) culturale tra la Francia e i loro Paesi d’origine. A rappresentare gli Stati Uniti fu proprio David Lynch, il quale per l’occasione scrisse e diresse il suddetto film della durata di 26 minuti interpretato da Harry Dean Stanton nei panni del cowboy Slim e da Frédéric Golchan in quelli del misterioso Pierre. Vale inoltre la pena notare come nel cast del film compaiano anche volti familiari dell’universo lynchiano tra cuiJack Nance, protagonista di Eraserhead, Tracey Walter e Michael Horse, che di lì a poco sarebbero entrati nel mondo di Twin Peaks.
La trama è volutamente semplice. Il cowboy Slim si trova nei pressi del suo ranch quando due mandriani catturano con il lazo una “creatura” che si aggira tra gli alberi. Si tratta di Pierre, un uomo che non parla inglese e comunica solo urlando in francese. A complicare il tutto ci sono anche i problemi di udito di Slim, il che rende ogni scambio di battute un vero e proprio caos. I cowboy scoprono infine che Pierre stava scappando da un nativo americano chiamato Broken Feather, per poi spostare l’attenzione verso lo strano carico che il francese si porta appresso.
Rimarcando appieno tutti gli stereotipi associati ai francesi, Pierre si rivela in possesso dibaguette, vino, sigarette Gauloises, formaggio Camembert, cozze, patatine fritte, riproduzioni della Tour Eiffel… e perfino delle lumache. Una volta compresa (più o meno) la sua provenienza, i cowboy si lasciano andare ad un festoso gozzovigliare tra birre e musica per cementare la fratellanza con l’improbabile francese nel quale si sono imbattuti.
Curiosamente, nonostante i propositi dichiarati del progetto, Lynch sembra più interessato a osservare gli americani che i francesi. I cowboy vedono Pierre come un concentrato di cliché, ma allo stesso tempo mostrano una genuina curiosità e un’inaspettata apertura. Non c’è alcuna ostilità, solo una bonaria ignoranza e voglia di condividere qualcosa con uno sconosciuto.
Questi aspetti bastano e avanzano per differenziare Il cowboy e il francese da qualunque altra opera di Lynch. Non vi è infatti traccia dell’oscurità tipica del cinema lynchiano, nessun marciume sotto la superficie, e nessun incubo surreale pronto a emergere. Slim è sinceramente felice di incontrare Pierre, e il corto mantiene per tutta la sua durata un tono leggero e affabile, quasi tenero. Il tempismo comico è alquanto straniante, dal momento che rimane filtrato attraverso la sensibilità di Lynch, tuttavia il risultato finale ci regala una parentesi insolitamente “solare” nella carriera del regista.
Reduce dal successo di Velluto blu, di lì a poco Lynch avrebbe realizzato Cuore selvaggio e sconvolto il mondo televisivo con Twin Peaks.In tutta la sua carriera, Lynch tornerà alla commedia solo un’altra volta, con la sfortunata sitcom On the Air, cancellata dopo appena tre episodi. Proprio per questo Il cowboy e il francese resta una piccola, preziosa anomalia frutto di una sorprendente commistione tra generi, la quale ci ha regalato uno sguardo su uno dei lati meno noti ma egualmente affascinanti di un autore che non potremo mai dimenticare.
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Foto: Vittorio Zunino Celotto / Getty Images / Mubi
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