Silenziosamente, questo film cult del 2002 ha dato inizio alla nuova era del terrore moderno

All’inizio degli anni Duemila, il cinema horror sembrava aver perso la propria ferocia. Gli anni ’90 erano stati dominati da titoli ironici e auto-referenziali, dove la paura era spesso addolcita da toni meta e dialoghi brillanti. Dopo l’ondata di Scream e dei suoi imitatori, il genere aveva assunto un taglio più teen e prevedibile, quasi innocuo. Poi, nel 2002, arrivò un piccolo film britannico che, senza clamore, cambiò tutto. Si intitolava Dog Soldiers, era diretto da un allora sconosciuto Neil Marshall e avrebbe dato il via a una nuova generazione di autori che avrebbero ridefinito il linguaggio del terrore.

Girato con un budget ridottissimo e un cast di attori inglesi emergenti, Dog Soldiers è ambientato nelle fredde e isolate Highlands scozzesi. Qui, un gruppo di soldati britannici viene inviato per un’esercitazione di routine, ma la missione si trasforma in un incubo quando il plotone scopre di essere braccato da un branco di feroci licantropi. Isolati, senza comunicazioni e con poche munizioni, i militari trovano rifugio in una casa sperduta nel bosco — che si rivelerà, in un macabro colpo di scena, la tana stessa delle creature. Da quel momento inizia una lunga notte di assedio, violenza e sopravvivenza.

Quello che distingue Dog Soldiers dai tanti horror dello stesso periodo è la sua estetica “fisica”. Marshall rinuncia completamente alla CGI, puntando su un uso magistrale di effetti pratici, protesi e animatronica per dare vita ai suoi mostri. Le trasformazioni, le ferite e i combattimenti hanno un realismo crudo, quasi tattile, che riporta alla memoria classici come Un lupo mannaro americano a Londra o La cosa di John Carpenter. Ma il film non si limita a omaggiare i maestri: li aggiorna, fondendo l’immaginario del mostro con quello del war movie, in una combinazione allora inedita di adrenalina e terrore puro.

La regia di Marshall è asciutta, energica e piena di trovate visive. Il film alterna momenti di tensione a esplosioni di gore sanguinoso, ma trova anche spazio per un’ironia tutta britannica, che alleggerisce senza mai rompere l’atmosfera. E proprio questo equilibrio tra orrore e ritmo, tra brutalità e intelligenza, lo ha reso un titolo di culto. Dog Soldiers è stato presto riconosciuto come l’opera fondativa della cosiddetta Splat Pack, un gruppo di registi — tra cui Eli Roth, James Wan, Alexandre Aja e Rob Zombie — che nei primi anni Duemila avrebbero riportato il sangue e la violenza esplicita al centro del cinema horror.

A differenza di molti film etichettati come “torture porn” negli anni successivi, Dog Soldiers non è mai gratuito: la sua ferocia è al servizio della storia e del tono, e il suo realismo nasce da un amore per l’artigianato del genere. È un film che puzza di fango, sudore e paura, girato con la stessa dedizione di un’opera di guerra. E, come accade per i veri cult, il tempo non ha fatto che valorizzarlo. Nel 2022, in occasione del suo ventesimo anniversario, Neil Marshall ha supervisionato un restauro in 4K che ha permesso a nuove generazioni di spettatori di riscoprirlo in tutto il suo splendore, confermando quanto le sue creature e la sua estetica analogica restino sorprendenti anche nell’era del digitale.

Dopo Dog Soldiers, Marshall avrebbe diretto The Descent, uno dei più grandi horror degli anni 2000, ma è con il suo esordio che ha aperto la strada a un modo nuovo di intendere la paura. Un cinema più sporco, viscerale, che non cerca la perfezione visiva ma l’impatto emotivo. Un horror che non ha bisogno di spiegare troppo, perché preferisce farti sentire la carne lacerata, il respiro corto, il cuore che batte a un ritmo animale.

Più di vent’anni dopo, Dog Soldiers resta un manifesto dell’horror artigianale, un film che ha saputo unire l’energia del cinema indipendente con la potenza del mito del licantropo. Un piccolo cult nato in silenzio, ma destinato a cambiare per sempre il modo in cui guardiamo — e temiamo — il buio.

Fonte: ScreenRant

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