Secondo il web la maschera di questo celebre villain sarebbe ispirata a Jeffrey Epstein

Il caso Jeffrey Epstein continua a riemergere ciclicamente nel dibattito pubblico, tra nuovi documenti, ricostruzioni mediatiche terrificanti e un’inevitabile scia di speculazioni che si estende anche alla cultura pop. È un meccanismo ormai familiare: una vicenda che va avanti da anni, sedimentata nell’immaginario collettivo, finisce per diventare una lente attraverso cui molti spettatori rileggono opere e personaggi, cercando somiglianze, indizi e rimandi più o meno intenzionali. In questo clima, non sorprende che anche un terreno fertile per paure contemporanee e inquietudini sociali come il genere horror venga tirato in ballo.

Non stiamo parlando delle possibili ispirazioni del caso dietro a titoli come Hostel o ancor più direttamente Blink Twice, ma del fatto che nelle ultime settimane sul web ha iniziato a circolare un rumor specifico legato a un film e un villain di questi ultimi anni: The Black Phone. Secondo alcuni utenti, la maschera indossata dal Grabber, il villain interpretato da Ethan Hawke, sarebbe stata ispirata proprio al volto di Epstein.

La teoria viaggia soprattutto sui social, in particolare attraverso video e post che mettono a confronto immagini, insistendo su una presunta somiglianza nei tratti e nell’impressione complessiva restituita dalla maschera. In sostanza, l’argomento è questo: i lineamenti “composti” del volto, l’aria disturbante e la fissità del sorriso in certe varianti ricorderebbero, per chi sostiene l’ipotesi, l’aspetto del finanziere. Non ci sono documenti di produzione a supporto: il ragionamento resta ancorato alla percezione visiva e al modo in cui internet, oggi, costruisce e amplifica connessioni basandosi su suggestioni che si alimentano da sole.

Proprio qui, però, entra in gioco la parte verificabile della storia, che porta altrove. L’origine della maschera del Grabber è stata raccontata dallo stesso regista Scott Derrickson, che ha spiegato come il riferimento indicato per la “smile mask” fosse The Man Who Laughs del 1928, un classico del cinema muto il cui immaginario – e in particolare il ghigno deformato – ha influenzato più volte l’iconografia horror. Derrickson ha anche chiarito che il progetto della maschera è passato attraverso un lungo processo creativo, affidato a una leggenda degli effetti speciali come Tom Savini e al lavoro artigianale di Jason Baker e del suo team, con l’idea di un volto “diabolico” modulare, capace di cambiare espressione grazie a più componenti.

Questo dettaglio è decisivo perché sposta il discorso dal terreno del “somiglia a” a quello del “da dove viene davvero”. La maschera non nasce come un’allusione a un fatto di cronaca o a un personaggio reale, ma come un oggetto cinematografico pensato per essere iconico, inquietante e funzionale al racconto. Il rumor Epstein, quindi, va letto per quello che è: una suggestione online che si inserisce nella tendenza contemporanea a collegare immagini pop a vicende reali molto discusse, soprattutto quando quelle vicende continuano a generare attenzione e polarizzazione. Nel caso di The Black Phone, i riscontri pubblici disponibili puntano però con chiarezza a una genealogia filmica e artigianale, non a un modello biografico.

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