Questo sottovalutato thriller del 1983 raccontava già la fine dellinnocenza italiana

Negli anni in cui l’Italia cerca ancora di decifrare le proprie ferite, c’è un’opera che sceglie una traiettoria laterale: invece di spiegare il terrorismo, ne osserva l’ombra quando cade dentro casa. Colpire al cuore (1983), esordio per il cinema di Gianni Amelio dopo un solido apprendistato televisivo, mette in scena un dramma familiare asciutto e lancinante, dove il conflitto padre-figlio diventa metafora morale di un Paese che ha smarrito il proprio baricentro.

Siamo tra Milano e Bergamo, fotografia lattiginosa e spazi che sembrano trattenere il respiro. Dario (Jean-Louis Trintignant) è un professore universitario affabile, brillante con gli studenti; suo figlio quindicenne, Emilio (Fausto Rossi), è introverso, vigile, quasi un investigatore in erba che osserva il mondo filtrandolo dall’obiettivo della macchina fotografica. Quando un ex allievo del padre, legato alla lotta armata, muore in uno scontro a fuoco, il ragazzo va dai carabinieri: un gesto che incrina per sempre la fiducia, spalancando un abisso che non sarà più possibile colmare.

Il terrorismo, qui, non è anatomia di un’organizzazione ma detonatore emotivo. Amelio, con la sceneggiatura firmata insieme a Vincenzo Cerami, rifiuta la via del pamphlet e lavora per ellissi, ambiguità, non detti. Il padre è un “fiancheggiatore”? O solo un uomo incapace di rompere con amicizie pericolose? La risposta non arriva mai in modo univoco, e proprio in quell’ambiguità il film trova la sua forza: si misura la temperatura morale dei personaggi, il modo in cui ciascuno regge (o cede) alla pressione dell’epoca.

Il ribaltamento dei ruoli è chiarissimo fin dall’incipit, un celebre movimento di macchina all’indietro: Dario corre nel parco, Emilio lo affianca in bici ma non si accordano mai nel passo. È la musica stonata di un rapporto che non trova tempo comune. Nel prosieguo, Amelio costruisce il racconto come un thriller psicologico a ritmo sotterraneo: il figlio vede, registra, archivia; la madre (Sonia Gessner) vive in una bolla domestica fatta di cuffie e dattiloscritto; la giovane donna legata ai terroristi (Laura Morante) incarna la zona grigia dei “saperi taciuti”. Un appartamento di periferia, una strada, un tram che scivola accanto a corpi distesi a terra: l’orrore diventa routine, e lo sguardo dei passeggeri — infastidito più che sconvolto — racconta l’anestesia collettiva di quei mesi.

Milano è ritratta con gelida precisione: cortili che riecheggiano comandi sussurrati, pianerottoli come quinte teatrali, la città filtrata da vetri scheggiati e oblò domestici. Non è la Milano monumentale ma quella della vita di ogni giorno, dove i colpi dello Stato e i colpi al cuore coincidono. In una sequenza magistrale, l’irruzione delle forze dell’ordine nel caseggiato della Morante è orchestrata come un balletto di pedinamenti e attese: Amelio sceglie un movimento di macchina armonico ma implacabile, che porta davanti allo spettatore la sproporzione tra la miseria degli interni e il dispiegamento di potere. Lì capiamo che il film non parla di “chi ha ragione”, ma del prezzo, altissimo, pagato da chiunque stia in mezzo.

La morale non è mai proclamata; è un pulviscolo che si deposita sui personaggi. Dario, colto e ironico, è anche un adulto che sottrae, che elude risposte perché forse non le ha. Emilio, intransigente e ferito, sceglie la Legge come surrogato di un padre che non riconosce più: il suo “dovere” taglia i legami come una lama, e nel farlo diventa delazione. Nel titolo, programmatico e doppio, si specchiano due centri colpiti: lo Stato e la famiglia. E quando il cuore familiare viene trapassato, non c’è sutura possibile.

Ancora oggi Colpire al cuore sembra non invecchiareper una ragione semplice: sposta il conflitto pubblico nel privato, e lì lo fa esplodere senza schemi. È un thriller politico e psicologico che racconta come i grandi traumi collettivi si depositino nelle relazioni più intime, alterandone per sempre la chimica. Non offre consolazioni né conclusioni: mostra una ferita e ci lascia con la domanda essenziale su cosa significhi “fare la cosa giusta” quando la giustizia, in famiglia come nello Stato, ha perso coordinate condivise.

Forse è questo il suo merito più grande: avere “colpito al cuore” non solo un’epoca, ma l’idea che la verità sia una linea retta. In quegli anni — e forse in ogni tempo — è un labirinto di affetti, paure e responsabilità. E dal labirinto, Amelio ci dice, non si esce indenni.

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