Quando si parla di Andrew Stanton, è impossibile non pensare a film che hanno saputo raccontare l’umanità partendo dalla fantascienza, dall’animazione e persino dal silenzio. Con Wall-E aveva trasformato un piccolo robot in uno dei personaggi più emotivamente potenti del cinema moderno; ora, con In the Blink of an Eye, Stanton torna a confrontarsi con il genere sci-fi in una forma completamente diversa, più intima e concettuale, ma altrettanto ambiziosa.
Presentato in anteprima al Sundance Film Festival, il film si propone come un racconto che attraversa il tempo e mette in relazione epoche lontanissime tra loro, costruendo una riflessione sul senso dell’esistenza, sulla memoria e sul bisogno umano di lasciare una traccia. Non è uno sci-fi d’azione né un racconto futuristico tradizionale, ma un’opera che usa la fantascienza come linguaggio per parlare di ciò che accomuna gli esseri umani, indipendentemente dal periodo storico in cui vivono.
La struttura del film si basa su tre storie interconnesse, ambientate in momenti diversi della storia dell’umanità. Nel passato remoto seguiamo una famiglia di Neanderthal alle prese con la sopravvivenza, la perdita e il legame genitoriale. Nel presente, la vicenda ruota attorno a una giovane antropologa che studia resti umani antichissimi mentre cerca di dare un senso alla propria vita emotiva e ai rapporti più intimi. Nel futuro, invece, ci troviamo a bordo di un’astronave diretta verso un nuovo pianeta, dove una scienziata e un’intelligenza artificiale affrontano una crisi che mette in discussione il destino della missione – e, simbolicamente, quello dell’umanità stessa.
A unire queste tre linee narrative non è tanto la trama quanto il tema: l’idea che nascita, morte, amore e perdita siano esperienze cicliche, destinate a ripetersi “in un battito di ciglia”, anche quando il mondo intorno cambia radicalmente. È un approccio che richiama grandi affreschi sci-fi del passato, ma che Stanton declina in modo più raccolto e personale, puntando sulla suggestione e sulle risonanze emotive piuttosto che sullo spettacolo.
Non è un caso che In the Blink of an Eye sia stato premiato al Sundance con l’Alfred P. Sloan Prize, riconoscimento dedicato ai film che riescono a integrare in modo significativo scienza e racconto cinematografico. Un segnale che conferma la natura del progetto: uno sci-fi che non vuole stupire con effetti o colpi di scena, ma invitare lo spettatore a fermarsi e riflettere sul proprio posto nel tempo.
Con un cast guidato da Kate McKinnon, Rashida Jones e Daveed Diggs e una colonna sonora firmata da Thomas Newman – storico collaboratore di Stanton – il film si presenta come un oggetto anomalo nel panorama contemporaneo: breve, compatto, concettuale, e forse proprio per questo destinato a trovare nel tempo un pubblico affezionato. Un percorso che potrebbe iniziare presto anche grazie alla sua distribuzione, visto che il film arriverà prossimamente da noi su Disney+, dove potrà trovare un pubblico più ampio e curioso, pronto a lasciarsi coinvolgere da uno sci-fi che guarda al futuro per interrogarsi, ancora una volta, su cosa significhi essere umani.
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