Ci sono film capaci di fare una cosa che il cinema fa meglio di qualunque altra arte: spalancare una porta e trascinarci dall’altra parte. A volte è un posto meraviglioso, che vorresti esplorare senza fretta; altre volte è un altrove che ti seduce per un attimo e poi ti fa capire, con una stretta allo stomaco, che la permanenza lì dentro sarebbe un incubo. È in quel cortocircuito – la curiosità che diventa allarme, lo stupore che si trasforma in paura – che nasce il fascino dei film “trappola”, quelli che ti fanno desiderare di scappare pur continuando a guardare.
The Endless (2017), scritto e diretto da Justin Benson e Aaron Moorhead, appartiene precisamente a questa categoria. La premessa è semplice e spiazzante: due fratelli, Justin e Aaron, da ragazzi sono fuggiti da quella che definivano una setta con toni da “culto UFO”. Anni dopo, un vecchio videotape riapre una ferita e insieme un dubbio: e se quel posto non fosse stato solo manipolazione? E se lì ci fosse davvero qualcosa che sfugge a ogni logica? Così i due tornano nel campo isolato dove vive ancora la comunità, convinti di trovare risposte rapide, magari di chiudere una volta per tutte il capitolo più ambiguo della loro vita. Ma appena mettono piede tra quelle persone sorprendentemente serene, l’idea di “verità” comincia a piegarsi. E con lei si piega anche il tempo.
Il film lavora in sottrazione: non ti urla mai addosso cosa stia succedendo, preferisce insinuarlo con dettagli che stonano. Piccoli fenomeni impossibili, rituali che sembrano filastrocche ma suonano come istruzioni, e soprattutto la percezione che quel luogo sia regolato da un meccanismo invisibile. Quando emerge che nell’area esistono cicli temporali di durate diverse, la “dimensione” di The Endless smette di essere una suggestione e diventa una prigione con molte celle. C’è chi rivive dieci giorni, chi poche ore, chi secondi appena. E il particolare più agghiacciante è che per alcuni il loop coincide con una morte violenta che si ripete all’infinito, come se un’entità fuori campo si nutrisse dell’atto stesso di costringere a ricominciare.
Leggi anche: A distanza di 22 anni, questo sci-fi è ancora il viaggio nel tempo più intelligente mai realizzato
È qui che si capisce perché nessuno vorrebbe restare in quella dimensione. Non perché sia “brutta” in senso tradizionale: anzi, in superficie ha un’aria quasi pacifica, perfino accogliente, con persone che hanno costruito routine e regole per non impazzire. Il problema è l’assenza di libertà, più sottile di una catena. Ogni scelta è condizionata da una forza che sembra osservare e correggere, come se la realtà fosse un esperimento o un racconto che non ti appartiene. E poi c’è il lato più umano, quello che rende la fuga difficile: per Aaron, il richiamo del campo è anche la promessa di non dover affrontare il fallimento e la durezza del mondo esterno; per Justin, invece, la posta in gioco è opposta, perché riconosce che quella serenità ha il prezzo di una resa totale. È una dimensione che ti tenta offrendoti una spiegazione, una comunità, un senso, ma in cambio pretende la cosa più spaventosa: accettare che la tua vita possa essere riscritta e ripetuta, per sempre.
Benson e Moorhead trasformano così un ritorno alle origini in un viaggio dentro un territorio dove la curiosità diventa trappola. The Endless non ha bisogno di mostrarti continuamente il “mostro” per farti sentire in pericolo: gli basta farti percepire che il tempo non è più tuo, che l’uscita potrebbe essere un’illusione e che ogni passo avanti potrebbe già essere stato compiuto innumerevoli volte. E quando un film riesce a farti pensare che la cosa più preziosa, ovvero il tuo presente, potrebbe appartenere a qualcun altro, allora sì: ti ha portato in una dimensione in cui non vorresti essere.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

