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Questanno gli Oscar hanno ignorato un horror molto più brutale di Sinners

Quest'anno gli Oscar hanno ignorato un horror molto più brutale di Sinners

Quest’anno è senza dubbio uno dei più favorevoli di sempre per il cinema horror agli Oscar. Un risultato tutt’altro che scontato, se si considera quanto a lungo il genere sia stato guardato con sospetto dall’Academy. Tra candidature prestigiose, record infranti e una rinnovata attenzione critica, titoli come Sinners, Frankenstein e altri film di forte impatto hanno dimostrato che l’horror può essere non solo popolare, ma anche artisticamente rilevante. Sotto i riflettori, però, c’è soprattutto Sinners, diventato un caso mediatico grazie al numero impressionante di nomination. Eppure, proprio in un’annata così aperta e ricettiva, un altro horror – molto più brutale, disturbante e radicale – è rimasto quasi del tutto ai margini della conversazione.

Si tratta di The Ugly Stepsister, rilettura norvegese della fiaba di Cenerentola che sceglie deliberatamente di guardare la storia dal punto di vista della sorellastra “brutta”, Elvira, interpretata da Lea Myren. Un’operazione che, già sulla carta, ribalta l’immaginario classico, ma che sullo schermo diventa qualcosa di molto più estremo. Il film diretto da Emilie Blichfeldt è una fiaba nera, cupissima, che usa il body horror per raccontare l’ossessione per la bellezza, la violenza dell’omologazione e l’autodistruzione come unica via d’accesso al riconoscimento sociale.

Mentre Sinners affascina con il suo respiro epico e la sua natura più “accessibile”, The Ugly Stepsister sceglie una strada decisamente più scomoda. Le trasformazioni fisiche di Elvira, i suoi tentativi disperati di rendersi desiderabile agli occhi della corte e del principe, sono messi in scena con un realismo crudele, fatto di carne, dolore e compromessi irreversibili. Non è un horror che cerca di piacere, ma uno che mette alla prova lo spettatore, costringendolo a confrontarsi con immagini difficili e tematiche feroci.

L’Academy ha riconosciuto il valore di questo approccio solo in parte, concedendo al film una singola candidatura per il miglior trucco e acconciatura. Un riconoscimento corretto, vista la potenza e la precisione del lavoro sul corpo dell’attrice, ma anche estremamente riduttivo rispetto all’insieme. The Ugly Stepsister colpisce infatti anche per la messa in scena, la fotografia dal sapore quasi anni Ottanta, la costruzione narrativa che segue passo dopo passo la discesa psicologica della protagonista, e soprattutto per l’interpretazione di Lea Myren, intensa, muta quando serve, totalmente fisica.

In un anno in cui l’horror è finalmente riuscito a farsi largo nelle categorie più prestigiose, sorprende che un film così coerente, radicale e coraggioso sia stato relegato a un ruolo marginale. Non solo escluso dalle principali candidature, ma addirittura assente dalle categorie attoriali e da quelle internazionali per ragioni puramente regolamentari. The Ugly Stepsister è l’esempio perfetto di come l’Academy stia iniziando ad aprirsi al genere, ma non sia ancora pronta ad abbracciarne fino in fondo le forme più estreme. E forse è proprio questa la sua colpa più grande: essere stato troppo brutale, troppo onesto, troppo horror.

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