Quasi trentanni fa questo film aveva predetto il nostro futuro in maniera clamorosa

Quando, nel 1976, Howard Beale guarda diritto in camera e pronuncia la celebre frase “Non devo dirvi che le cose vanno male, lo sapete già”, sembra rivolgersi a un pubblico lontano nel tempo. Nel film, il giornalista sta parlando ai telespettatori del suo notiziario, ma a quasi cinquant’anni di distanza quelle parole risuonano come un messaggio inviato direttamente a noi.
Quinto Potere, all’epoca accolto come una satira corrosiva del sistema televisivo americano, oggi appare come un film che ha osservato il futuro con una lucidità quasi sovrannaturale.

Nel suo sfogo più famoso, Beale incita gli spettatori a gridare dalle finestre “Sono incazzato nero, e tutto questo non lo accetterò più!”. Nel 1976 era un gesto teatrale, simbolico, ma ancora ancorato a un contesto storico preciso: la crisi energetica, l’inflazione, la disillusione politica. Nel 2025, invece, quelle stesse frasi sembrano descrivere un malessere globale: precarietà lavorativa, guerra, instabilità economica, disinformazione, sfiducia verso le istituzioni. I sondaggi Gallup confermano un’impennata record dell’infelicità mondiale; Beale, con inquietante anticipo, aveva già messo a nudo la sensazione di vivere in un mondo sempre più ingestibile.

La potenza profetica di Quinto Potere emerge, tuttavia, non solo dal suo pessimismo sociale, ma soprattutto dalla sua visione del rapporto tra media, indignazione e potere. Il film immagina un mondo televisivo in cui ogni sentimento umano – paura, rabbia, disperazione – diventa immediatamente merce. La verità non conta più quanto l’emozione che è in grado di generare. Howard Beale viene trasformato dai suoi superiori in un prodotto: un uomo distrutto, usato come spettacolo per tenere incollato il pubblico. Ogni suo sfogo viene calibrato, amplificato, manipolato. La linea editoriale non esiste più: esiste solo ciò che “funziona”.

È impossibile non vedere, in tutto questo, un’anticipazione diretta della nostra era.
La polarizzazione dei social, l’ascesa dei populismi, le fake news, la politicizzazione delle testate, la trasformazione dell’informazione in intrattenimento: Quinto Potere aveva previsto con precisione non solo cosa sarebbe accaduto, ma perché. La televisione descritta nel film è un laboratorio della società dello spettacolo; la nostra realtà, quasi mezzo secolo dopo, ne è la versione definitiva e globalizzata.

La modernità del film è tale che perfino eventi recenti come la pandemia sembrano riflessi nel monologo di Beale, quando parla dell’aria “irrespirabile” e del cibo “non commestibile”. E non è un caso che Jim Carrey, protagonista di un’altra opera profetica come The Truman Show, consideri Quinto Potere uno dei film più importanti mai realizzati. Entrambe le storie descrivono un’umanità plasmata dalla rappresentazione, intrappolata in un sistema che usa la realtà come spettacolo e lo spettacolo come realtà.

A rendere tutto ancora più straordinario è l’intelligenza con cui il film costruisce il proprio dispositivo di denuncia. Sidney Lumet dirige con precisione chirurgica un cast memorabile: Peter Finch, Faye Dunaway, William Holden e Beatrice Straight consegnano performance che incarnano un mondo cinico, spietato, in cui la morale soccombe davanti agli ascolti. Il personaggio di Diana Christensen, interpretato da Dunaway, rappresenta una generazione di dirigenti che vede la televisione non più come servizio pubblico, ma come macchina da guerra culturale. È la personificazione dell’intrattenimento che divora tutto, anche l’etica.

E mentre la relazione tra informazione e spettacolo si fa sempre più ambigua, Quinto Potere racconta anche la responsabilità del pubblico. Beale diventa un idolo proprio perché le persone lo seguono, lo credono, si fidano di lui. Non è solo vittima della televisione: ne è anche prodotto. E qui il film raggiunge la sua dimensione più profonda e inquietante: ci obbliga a riconoscere che, quando l’intrattenimento assume il controllo del discorso pubblico, la società intera diventa complice.

Forse è per questo che il film continua a crescere in rilevanza, anno dopo anno. Ogni volta che un politico parla come una star dei social, ogni volta che una notizia falsa diventa virale, ogni volta che la rabbia collettiva viene organizzata, amplificata e monetizzata, Quinto Potere torna a parlarci. E lo fa con una forza che oggi sembra addirittura maggiore rispetto al 1976.

Alla fine, la domanda che il film ci pone è semplice e terribile: quanto manca prima che il nostro mondo diventi identico a quello di Howard Beale? La risposta, guardando l’oggi, è forse la vera ragione per cui questa storia appare ancora così clamorosamente profetica.

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