Quasi nessuno lo ha notato, ma il colpo di scena de Il Sesto Senso era chiaro fin dallinizio

Nel mare di thriller soprannaturali usciti a fine anni ’90, pochi hanno avuto l’impatto culturale e popolare de Il Sesto Senso. Non è solo una questione di atmosfera, di tensione calibrata o di quel senso costante di inquietudine che scivola sotto pelle: è il modo in cui il film ha educato il pubblico a guardare, a sospettare, a rimettere in discussione ciò che crede di aver capito. Da allora, ogni volta che si pronuncia il nome di M. Night Shyamalan, il pensiero corre a un’idea diventata quasi marchio di fabbrica: la sorpresa finale costruita con indizi piazzati davanti agli occhi eppure invisibili, perché nascosti in piena vista.

Quando uscì nel 1999, il film trasformò Shyamalan da promessa a fenomeno globale, conquistando pubblico e critica e arrivando persino a un traguardo raro per un thriller di questo tipo: sei candidature agli Oscar, tra cui Miglior film, Miglior regia e Miglior sceneggiatura originale. Al centro c’erano un bambino fragile e tormentato interpretato da Haley Joel Osment, un adulto segnato da un fallimento personale con il volto di Bruce Willis e una battuta destinata a entrare nel vocabolario del cinema: «Vedo la gente morta». Un mix perfetto per diventare un caso, ma la vera miccia che ha reso Il Sesto Senso un titolo “immortale” è la sua rivelazione conclusiva, quella che negli anni è stata raccontata come uno dei colpi di scena più abilmente nascosti di sempre.

E se invece non fosse stato nascosto affatto? C’è un’idea che torna periodicamente tra chi rivede il film con occhio più attento: Shyamalan, in realtà, avrebbe messo le carte in tavola quasi subito. Solo che lo avrebbe fatto nel modo più insidioso possibile, sfruttando non tanto ciò che lo spettatore vede, ma ciò che si aspetta di vedere. La chiave sarebbe nei primissimi minuti, in quella scena iniziale in cui il dottor Malcolm Crowe si trova faccia a faccia con un ex paziente disturbato e tutto precipita in un attimo. Dopo lo sparo, l’inquadratura cattura lo shock del personaggio, poi Anna si china su di lui… e immediatamente il film scivola nel buio.

Il punto, però, è proprio quello che non c’è. Nessun caos, nessuna voce concitata, nessuna ambulanza che taglia la notte, nessuna corsa al pronto soccorso. Non c’è “il dopo” che il cinema, di solito, non può fare a meno di mostrare quando mette in scena un trauma così netto. Qui resta solo silenzio, poi il titolo, poi un salto temporale. È un’omissione che, letta con la giusta consapevolezza, si comporta come un indizio narrativo vero e proprio: non una scorciatoia estetica, ma un tassello che suggerisce molto più di quanto sembri. In altre parole, la verità sarebbe già lì, solo che lo spettatore la scarta perché il suo istinto gli dice che il film “deve” ancora cominciare davvero.

Da quel momento in poi, Il Sesto Senso gioca in modo sottilissimo sull’equilibrio tra ciò che viene mostrato e ciò che scegliamo di credere. Malcolm appare spesso isolato, tagliato fuori dal mondo; le persone intorno non lo incrociano, non lo coinvolgono, non lo guardano davvero. E soprattutto, il rapporto con Anna viene filtrato attraverso silenzi e distanze che il pubblico è portato a riempire con spiegazioni emotive: una crisi matrimoniale, un dolore che ha reso impossibile comunicare, una frattura nata da qualcosa che non abbiamo visto. Il film non forza mai la mano: lascia che sia la mente dello spettatore a costruire una versione “logica” degli eventi, anche quando quella versione serve soltanto a evitare l’ipotesi più semplice.

Ed è qui che Shyamalan dimostra quanto sia preciso nel manovrare le aspettative. Il trucco non sta nel mentire, ma nel dirigere lo sguardo verso interpretazioni più rassicuranti, più convenzionali, più facili da accettare. Quando poi arriva il momento in cui tutto si ricompone e il significato delle scene cambia, ci si rende conto che gli indizi erano sempre stati davanti a noi, fin dall’apertura. Rivedere Il Sesto Senso con questa consapevolezza non lo ridimensiona: al contrario, mette in luce quanto sia brillante la sua costruzione e quanto il film, a distanza di decenni, continui a insegnare una lezione semplice e spietata. A volte non è il cinema a nascondere la verità: siamo noi a farlo, per abitudine.

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