Nel 2009 è arrivato al Festival di Cannes un film che non ha provato nemmeno per un momento ad essere “normale”: buttava lo spettatore subito dentro una Tokyo di neon e stanze soffocanti, incollandolo a un punto di vista impossibile che costringeva a seguire la storia come se fosse intrappolato nella testa del protagonista. È il tipo di esperienza che divide, stanca, ipnotizza, ma non concede tregua. Stiamo parlando di Enter the Void di Gaspar Noé.
La storia ruota attorno a due fratelli americani, Oscar e Linda, che vivono a Tokyo in equilibrio precario. Oscar sbarca il lunario spacciando, Linda lavora in un locale come stripper e cerca di restare a galla in un ambiente che non perdona distrazioni. All’inizio, Noé li introduce nella loro routine febbrile: il piccolo appartamento, le notti infinite, gli amici che parlano troppo e capiscono poco, la promessa infantile di non lasciarsi mai. Oscar fuma DMT, e già questo dettaglio non è un semplice “contorno”: è una chiave, perché la percezione del film si incanala in uno stato alterato che anticipa ciò che accadrà. Quando l’amico Victor lo convoca al bar chiamato “The Void” per una consegna, Oscar ci va anche se l’aria è sbagliata. La polizia fa irruzione, Oscar si rifugia nel bagno, tenta di liberarsi della droga, poi commette l’errore fatale: bluffa di essere armato e viene ucciso.
Da quel momento il racconto cambia natura. Oscar non “sparisce”: resta, ma in un’altra forma. La macchina da presa diventa il suo sguardo disincarnato che fluttua sopra Tokyo, osserva le conseguenze della sua morte, pedina Linda, si aggrappa ai frammenti del passato. Il film ricostruisce a ondate la loro vita: l’incidente che ha ucciso i genitori, il trauma che li ha saldati, la separazione, il ritrovarsi, le scelte sbagliate e le dipendenze che complicano ogni legame. Nel presente, Linda precipita in un dolore confuso e vulnerabile, mentre attorno a lei si muovono figure che oscillano tra protezione e opportunismo. E la promessa di Oscar, quella di non abbandonarla, diventa una condanna: la sua presenza è ovunque, ma non può intervenire, solo guardare.
La follia di Enter the Void non sta soltanto in ciò che racconta, ma in come lo racconta: soggettiva estrema, tempi spezzati, flashback che esplodono senza preavviso, transizioni che assomigliano più a stati mentali che a scelte di montaggio. Noé costruisce un melodramma psichedelico in cui la trama è un binario e la visione è la corsa: un’esperienza che può respingere o ipnotizzare, ma difficilmente lascia indifferenti, perché trasforma il cinema in un ambiente da abitare, non in una storia da seguire.
Se dopo questa immersione vi è venuta voglia di (ri)mettervi alla prova, Enter the Void è disponibile in streaming su MUBI. Un’esperienza che difficilmente riuscirete a dimenticare, come spesso capita con i film del regista e sceneggiatore argentino.
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