Intervista a Marco Bellocchio e Fabrizio Gifuni
Dal 20 febbraio su HBO Max, Portobello riporta sullo schermo una delle pagine più controverse della giustizia italiana: il caso di Enzo Tortora. Nella serie diretta da Marco Bellocchio e interpretata da Fabrizio Gifuni, la vicenda del 1983 diventa un racconto che dialoga apertamente con il presente, tra giustizia, media e responsabilità collettiva.
Bellocchio: “Una vittima innocente perseguitata nonostante l’evidenza”
Alla domanda sui parallelismi tra l’Italia del 1983 e quella di oggi, Bellocchio sottolinea l’attualità sorprendente della storia: “C’è una vittima, un innocente che inspiegabilmente viene arrestato, condannato e poi per fortuna assolto. È un discorso sulla giustizia, sui giudici, sulla soggettività del giudizio.”
Il regista insiste su un punto cruciale: non si trattò necessariamente di giudici corrotti, ma di magistrati convinti della colpevolezza di Tortora nonostante le prove dicessero altro. “Erano convinti che fosse colpevole. E nonostante l’evidenza gli riconoscesse l’innocenza, hanno continuato a perseguirlo e a portarlo a processo.”
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Un meccanismo che, secondo Bellocchio, rende la storia universale e comprensibile anche a un pubblico internazionale che magari non conosce il caso Tortora: “La drammaturgia può attrarre anche persone che non sanno neanche chi sia Tortora.”
Il ruolo dei media e la presunzione di colpevolezza
Durante l’intervista si è parlato anche del peso del racconto mediatico. Gifuni ricorda come, dopo il caso Tortora, cambiò profondamente il sistema processuale italiano: “Il codice di procedura viene riformato profondamente. Si passa da inquisitorio ad accusatorio. Già la parola ‘inquisitorio’ ci avvicina all’Inquisizione.”
Un riferimento che riporta alla facilità con cui un uomo può essere trasformato in colpevole prima ancora di un processo equo.
Bellocchio ricostruisce anche l’origine delle accuse, nate da dichiarazioni inattendibili ma ritenute credibili: “Un personaggio, per invidia, decide di accusarlo e viene creduto. Alcuni giudici si convincono della sua colpevolezza. Questa è la cecità.”
Gifuni: “Nessun uomo è di facile lettura”
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Per Fabrizio Gifuni, interpretare Tortora è stata una sfida emotiva e umana complessa: “Abbiamo cercato di restituire quanta più complessità possibile. Gli esseri umani sono sempre complessi. Nessun uomo è di facile lettura.”
Tortora, racconta l’attore, era una figura anomala nel panorama televisivo dell’epoca: popolarissimo ma distante dal pubblico, colto, raffinato, indipendente. “Parlava un italiano magnifico, era una persona coltissima, molto indipendente, fiera.”
L’arresto lo colpisce in modo devastante: “Lo coglie come un bambino, in una maniera disarmata, spaventata. Poi però riprende l’orgoglio e la voglia di combattere.”
Ma c’è un momento in cui qualcosa si spezza, e Gifuni ricorda una delle frasi più dolorose attribuite a Tortora: “Non riesco più a giocare.” Un percorso “terribile ma bellissimo dal punto di vista attoriale”, fatto di sfumature, crolli e resistenze.
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Con Portobello, Bellocchio non realizza solo una serie storica: costruisce una riflessione sulla fragilità della giustizia e sul potere del racconto, ieri come oggi. E lo fa partendo da una storia italiana che, a più di quarant’anni di distanza, continua a parlare al presente.
L’intervista completa la trovate in apertura di articolo.


