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Peacock, la recensione del film di Bernhard Wenger

Peacock, la recensione del film di Bernhard Wenger

Peacock: Un uomo (quasi) perfetto, l’identità in affitto e la crisi del sé

Il panorama dello streaming si è arricchito il 9 dicembre con l’arrivo su IWONDERFULL, canale disponibile suPrime Video, di “Peacock: Un uomo (quasi) perfetto”, l’acclamato lungometraggio d’esordio del regista austriaco Bernhard Wenger. Quest’opera prima, che ha già fatto parlare di sé all’81esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 2024, presentata con merito nell’ambito della Settimana Internazionale della Critica, segna un passo audace per il giovane cineasta. Bernhard Wenger, nato nel 1992 e formatosi alla Filmakademie Wien, è un talento emergente noto per il suo umorismo sottile e visivamente bizzarro.

I suoi cortometraggi, come “Excuse Me, I’m Looking for the Ping-Pong Room” e “My Girlfriend”, hanno collezionato oltre quaranta premi internazionali, incluso l’Austrian Film Award nel 2019, e sono stati selezionati in un centinaio di festival. “Peacock”, sviluppato alla Résidence du Festival di Cannes nel 2020, rappresenta il culmine di questa promettente carriera, offrendo una satira acuta e profondamente umana sulla costruzione sociale della personalità.

Matthias: l’uomo senza contorni

Immagine Di Scena Dal Film Peacock Credits Iwonderfull

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Al centro della narrazione c’è Matthias, interpretato magistralmente da Albrecht Schuch, un uomo il cui lavoro è l’incarnazione della camaleontica adattabilità. Egli è un “amico a noleggio” per l’agenzia “My Companion – Friend for Hire”, capace di assumere qualsiasi ruolo gli venga richiesto: dal figlio perfetto per impressionare i soci, al fidanzato colto per serate mondane, fino all’interlocutore ideale per prove di litigio coniugale. Matthias eccelle nel suo mestiere, curando ogni dettaglio, ogni posa, ogni parola, al punto che la sua stessa identità privata si dissolve.

Quando la sua fidanzata, Sophia (Julia Franz Richter), lo lascia con la dolorosa constatazione “Non sei più reale”, Matthias si trova di fronte a un abisso: senza un ruolo da interpretare, senza un copione da seguire, non sa più chi sia veramente. Questo evento catalizzatore lo spinge in una crisi esistenziale che lo porterà a confrontarsi con la vanità della perfezione e la difficile ricerca del sé autentico.

Una regia acuta tra satira e empatia

Bernhard Wenger dimostra una maturità registica sorprendente per un esordiente. La sua direzione è caratterizzata da una “prospettiva curiosa e distaccata” e una “mise-en-scène immacolatamente composta”. Attraverso inquadrature ampie e perfettamente simmetriche, Wenger crea un’atmosfera di controllo e perfezione curata che rispecchia la vita di Matthias, per poi vederla sgretolarsi. Il film è intriso di un “umorismo secco e accentuato” che sfiora il surreale, spesso virando verso scenari quasi horror. Tuttavia, a differenza di alcuni suoi illustri predecessori come Yorgos Lanthimos o Ruben Östlund, ai quali è inevitabilmente paragonato, Wenger infonde nel suo lavoro un grado di “calore” e “compassione” che rende Matthias un antieroe sorprendentemente coinvolgente. L’uso di tagli improvvisi e di errori di continuità, che diventano scelte stilistiche intenzionali, aggiunge un ritmo incalzante e una comicità d’assurdo che tiene lo spettatore incollato allo schermo.

L’orchestra dell’anima: la performance di Albrecht Schuch

Albrecht Schuch, già apprezzato in “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, offre qui una performance irresistibile e di grande ingegno fisico e disperazione emotiva repressa. La sua capacità di trasformismo è ciò che rende “Peacock” così efficace. Matthias, con la sua postura controllata, la voce morbida e l’espressione minima di emozione, diventa quasi un “vaso vuoto” su cui gli altri possono proiettare i loro desideri. Schuch padroneggia questa dualità: l’uomo impeccabile sul lavoro e il disorientato individuo nella sua vita privata. Quando le sue maschere iniziano a cedere, si manifesta un Matthias meno composto, meno perfetto, molto più facile da amare. Il suo tempismo comico è esemplare e il percorso del suo personaggio, da figura controllata a uomo in preda al caos, è reso con una profondità e una vulnerabilità che trascendono la mera satira, rendendo il film “una forte vetrina per il talento comico” dell’attore.

L’estetica della perfezione fittizia

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La cura estetica del film è un elemento chiave. La fotografia di Albin Wildner è nitida, luminosa e ferma, creando una tela contenuta per gag visive sorprendenti. Il design di produzione di Katharina Haring è altrettanto brillante, trasformando la casa di Matthias in uno “show home” sterilmente perfetto, con “problemi idraulici incomprensibili” e un arredamento alienante. Questa estetica riflette l’ossessione per l’immagine e la superficie che il film intende criticare. Ogni dettaglio, dal taglio di capelli impeccabile di Matthias al pomerania a noleggio, contribuisce a creare un mondo dove la realtà è costantemente in competizione con la performance, e dove la perfezione esteriore maschera un vuoto interiore.

Un eco persistente

“Peacock: Un uomo (quasi) perfetto” non è un film che si esaurisce con l’ultima sequenza. È un’opera prima che accompagna lo spettatore ben oltre la visione, stimolando una riflessione profonda sulla maschera che ciascuno di noi indossa, sulle aspettative sociali e sul significato sfuggente dell’autenticità. La visione audace di Bernhard Wenger e la straordinaria interpretazione di Albrecht Schuch convergono in un’esperienza cinematografica che è al contempo divertente e disturbante, un prisma attraverso il quale osservare le nevrosi del nostro tempo. Una gemma rara che non si limita a narrare una storia, ma invita lo spettatore a un’introspezione, a chiedersi: “E io, chi sono davvero quando nessuno mi guarda?”

Cosa mi ha colpito

  • L’originalità della premessa: L’idea di un “amico a noleggio” come fulcro narrativo è geniale e stimolante, portando a una riflessione profonda sull’identità e le relazioni nell’era contemporanea.
  • La performance di Albrecht Schuch: È la colonna portante del film, capace di trasmettere con sottile maestria il vuoto interiore e la progressiva disperazione del suo personaggio. Un’interpretazione davvero memorabile.
  • La regia di Bernhard Wenger: Per un esordio, la visione di Wenger è incredibilmente lucida e controllata. Riesce a bilanciare satira pungente con momenti di inaspettata empatia, creando un’atmosfera unica.
  • L’umorismo intelligente: La comicità del film non è mai banale, ma emerge dalle “tragiche realtà delle assurdità della vita” e dal suo tocco mitteleuropeo che naviga tra il grottesco e il nonsenso.
  • La cura estetica: Ogni inquadratura, ogni dettaglio scenografico e la fotografia impeccabile contribuiscono a creare un mondo visivamente coerente e significante, rafforzando i temi del film.

Il film offre una riflessione così ricca che si potrebbe immaginare un’ulteriore esplorazione delle dinamiche che legano Matthias ai suoi “clienti”. Approfondire ulteriormente le motivazioni e le vite di alcuni di questi personaggi secondari, magari con brevi flashback o scene dedicate, avrebbe potuto arricchire ulteriormente il già vibrante mosaico umano dipinto da Wenger, pur mantenendo Matthias al centro. Una lieve espansione su questi fronti avrebbe potuto aggiungere ancora più strati alla già complessa tessitura emotiva del film.

Verdetto finale

“Peacock” si fa apprezzare per la satira acuta e commovente sulla difficoltà di essere noi stessi in un mondo ossessionato dall’immagine e dalla performance. Bernhard Wenger, con il suo umorismo intelligente e la sua regia meticolosa, ci invita a guardare oltre le maschere che indossiamo, offrendo un esordio notevole che si distingue nel panorama cinematografico attuale. Grazie alla performance magnetica di Albrecht Schuch e a una sceneggiatura finemente bilanciata, “Peacock” è un’esperienza cinematografica che fa riflettere, sorridere e, soprattutto, sentire. Assolutamente da non perdere.

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