Oggi è considerato uno dei film fantasy più importanti e influenti di sempre, ma quando arrivò nelle sale fu accolto con freddezza e incomprensione. Dark Crystal, diretto da Jim Henson e Frank Oz e uscito il 17 dicembre 1982, rappresentò un azzardo creativo senza precedenti, tanto ambizioso quanto difficile da collocare per il pubblico dell’epoca. Un’opera che ha perso la sua battaglia al botteghino, ma che ha vinto quella, ben più duratura, del tempo.
Negli anni Ottanta il fantasy cinematografico non era ancora il genere dominante che conosciamo oggi. Mancavano i franchise seriali, i mondi condivisi e la consapevolezza del pubblico nei confronti di universi narrativi complessi. In questo contesto, Dark Crystal si presentò come qualcosa di radicalmente diverso: un film live action privo di qualsiasi attore umano, popolato esclusivamente da creature realizzate con pupazzi, animatronics e soluzioni tecniche allora rivoluzionarie. Una scelta che, già da sola, bastava a spiazzare.
Ambientato sul pianeta morente di Thra, il film racconta la missione dei Gelfling Jen e Kira, chiamati a ricomporre un Cristallo spezzato prima della Grande Congiunzione dei tre soli, evento che avrebbe consacrato il dominio definitivo degli Skeksis, creature crudeli e corrotte dal potere. È una storia di equilibrio, decadenza e rinascita, raccontata con toni solenni e a tratti inquietanti, molto lontani dall’idea di fantasy rassicurante allora diffusa.
Il contrasto con l’immagine pubblica di Jim Henson fu uno dei principali fattori di smarrimento per il pubblico. All’epoca, Henson era universalmente associato a I Muppet e Sesamo apriti: intrattenimento colorato, ironico, pensato per famiglie e bambini. Dark Crystal era l’esatto opposto. I suoi personaggi erano grotteschi, spesso disturbanti, e il tono generale richiamava più le fiabe oscure della tradizione europea che il cinema per ragazzi. Non era un film cinico, ma nemmeno indulgente.
Dal punto di vista tecnico, l’opera rappresentò una sfida titanica. Ogni creatura richiedeva più performer coordinati, sistemi di controllo complessi, aste, cavi e, nelle fasi più avanzate, anche radiocomandi. Il movimento, l’espressività e la credibilità emotiva dei personaggi dipendevano da un equilibrio delicatissimo tra artigianato e innovazione. Un lavoro immenso, che avrebbe poi influenzato generazioni di artisti degli effetti pratici e trovato nuova vita decenni dopo nella serie prequel Dark Crystal: La resistenza.
Nonostante tutto questo, al momento dell’uscita il film non riuscì a imporsi. Costato circa 25 milioni di dollari, ne incassò poco più di 40: un risultato deludente per una produzione di quelle dimensioni. Il problema fu anche comunicativo. Dark Crystal venne percepito come un film per bambini, ma risultò troppo spaventoso per molti di loro; allo stesso tempo, il pubblico adulto non era pronto per un fantasy così cupo, simbolico e privo di volti umani con cui identificarsi. Frank Oz avrebbe poi raccontato che Henson credeva fosse “sano” per i bambini provare paura, ispirandosi volutamente alle fiabe dei fratelli Grimm, molto più oscure di quanto spesso si ricordi.
Col passare degli anni, però, la percezione del film è cambiata radicalmente. Dark Crystal è stato progressivamente rivalutato come un capolavoro visionario, un’opera che ha osato dove pochi avevano il coraggio di farlo. È ancora oggi uno dei film con pupazzi di maggior successo di sempre ed è rimasto un caso unico nella storia del cinema mainstream: nessun’altra grande produzione live action ha mai rinunciato completamente alla presenza di attori umani.
Il mondo di Thra ha continuato a vivere oltre il film originale, attraverso romanzi, fumetti, sequel mai realizzati sul grande schermo e la serie Netflix del 2019, ulteriore conferma della forza e della profondità di quell’immaginario. Un’eredità costruita lentamente, lontano dai riflettori del successo immediato.
A oltre quarant’anni dalla sua uscita, Dark Crystal è la dimostrazione più chiara di come il valore di un film non possa essere misurato solo dai numeri del botteghino. Alcune opere hanno bisogno di tempo per essere comprese, assimilate e amate. E quando accade, il loro impatto diventa molto più duraturo di qualsiasi successo istantaneo.
Fonte: CBR
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