Immaginate un futuro in cui Stranger Things e Harry Potter sono sotto lo stesso tetto, in cui il logo rosso di Netflix apre anche i cinecomic DC e le saghe HBO più amate. Non è la premessa di un crossover impossibile, ma lo scenario che si sta discutendo in queste ore ai massimi livelli dell’industria: Netflix ha ottenuto il diritto di trattare in via esclusiva l’acquisizione degli asset principali di Warner Bros. Discovery legati a cinema, serie e streaming, aprendo una partita che potrebbe ridisegnare per anni gli equilibri di Hollywood.
Al centro del negoziato ci sono lo studio cinematografico e televisivo Warner Bros. e l’universo HBO/HBO Max, con la loro sterminata libreria di franchise: da Harry Potter a DC Comics, passando per Game of Thrones, Friends e i grandi classici del catalogo. Secondo le indiscrezioni, Netflix ha messo sul piatto un’offerta più alta delle rivali Paramount Skydance e Comcast, dopo settimane di rilanci incrociati. Tutti, in sostanza, correvano per mettere le mani su quello che gli analisti definiscono da tempo un “crown jewel” dell’intrattenimento globale.
Per Netflix sarebbe una svolta di strategia. Il gruppo guidato da Ted Sarandos e Greg Peters ha sempre rivendicato la capacità di crescere senza grandi acquisizioni, costruendo da sé le proprie IP. Eppure, come sottolinea l’analista Jessica Reif Erlich, «Sebbene Netflix sia il chiaro leader dello streaming per numero di abbonati, è ancora indietro rispetto ad altre società media per quanto riguarda librerie di proprietà intellettuali profonde, che potrebbero offrire potenziali casi d’uso per parchi a tema, esperienze, spettacoli a Broadway, gaming e merchandising. Sebbene Netflix abbia a lungo sostenuto che le operazioni di M&A fossero una distrazione e che la società potesse costruire le proprie franchise in modo più efficiente rispetto a comprarle, lo scenario è cambiato». Nella sua analisi, «acquisire DC Comics, Harry Potter, Hanna-Barbera e altre proprietà della libreria WBD fornirebbe a Netflix un vasto insieme di proprietà intellettuali molto note. Inoltre, l’acquisizione darebbe a Netflix capacità di produzione fisica e prestigio che potrebbero aiutare a corteggiare i talenti a un altro livello».
La mossa arriva al termine di anni complicati per Warner Bros. Discovery, nata dalla fusione del 2022 e alle prese con un andamento deludente in Borsa e con piani di ristrutturazione interna. L’offerta non sollecitata di Paramount Skydance per l’intero gruppo ha accelerato il processo, spingendo il board ad aprire formalmente una vendita competitiva che ha coinvolto poi anche Netflix e Comcast. Paramount continua a sostenere di avere il percorso più “pulito” per arrivare in fondo, arrivando a scrivere a WBD che le offerte rivali «presentano seri problemi che nessun regolatore sarà in grado di ignorare», alla luce del peso già oggi enorme di Netflix nello streaming. In un’altra comunicazione, il gruppo ha affermato di «avere motivi credibili per ritenere che il processo di vendita sia stato contaminato da conflitti di interesse del management, inclusi i potenziali interessi personali di alcuni membri del management in ruoli e compensi post-transazione, come risultato degli incentivi economici incorporati in recenti emendamenti agli accordi di assunzione». Accuse respinte dal consiglio di WBD, che rivendica il pieno rispetto dei propri obblighi fiduciari.
Al di là del duello tra pretendenti, il vero terremoto si annuncia sul fronte regolatorio e industriale. Netflix è oggi il leader globale dello streaming per abbonati e capitalizzazione di mercato, «la più grande e influente compagnia a Hollywood», davanti persino a Disney. L’eventuale fusione tra il suo catalogo e quello Warner–HBO concentrerebbe su un solo player una quantità senza precedenti di franchise e library, con un potere negoziale enorme sulle finestre di sfruttamento e sui compensi lungo tutta la filiera dell’audiovisivo.Il nervo più scoperto, però, è quello delle sale. Negli ultimi anni Netflix ha ribadito con chiarezza la propria posizione: nel 2023 Ted Sarandos spiegava che «Portare la gente a teatro non è il nostro mestiere». Lo streamer ha finora puntato su uscite limitate e finestre molto corte, spesso di poche settimane, scontrandosi con le grandi catene come AMC che chiedono almeno 45 giorni di esclusiva. Non è un dettaglio, se si considera che sul tavolo di Netflix ci sono anche blockbuster potenziali come i futuri film DC o nuovi capitoli delle saghe più amate targate Warner Bros.
Non stupisce quindi che l’industria abbia reagito con forza. Il Directors Guild of America ha diffuso una nota dai toni inequivocabili: «La notizia che Netflix abbia ottenuto diritti esclusivi per negoziare per WBD solleva significative preoccupazioni per la DGA. Crediamo che un’industria vivace, competitiva — una che favorisca la creatività e incoraggi una reale concorrenza per i talenti — sia essenziale per salvaguardare le carriere e i diritti creativi dei registi e delle loro squadre. Incontreremo Netflix per illustrare le nostre preoccupazioni e comprendere meglio la loro visione per il futuro dell’azienda. Mentre portiamo avanti questa due diligence, non commenteremo ulteriormente».
In parallelo, un gruppo di grandi produttori ha scelto la strada della pressione politica, inviando al Congresso una lettera aperta rimasta anonima per paura di ritorsioni e firmata come «produttori preoccupati per il futuro», spiegando di averla lasciata senza nomi «non per codardia». Nella missiva si paventa il rischio che Netflix arrivi a «distruggere» il mercato dei film per il cinema accorciando drasticamente o eliminando del tutto la finestra theatrical per i titoli Warner Bros., magari ridotta a due sole settimane prima dell’approdo su un’unica maxi-piattaforma Netflix–HBO Max. Secondo gli autori, la nuova entità «terrebbe di fatto un cappio intorno al mercato cinematografico», con la forza per spingere sempre più contenuti verso lo streaming e comprimere i compensi nelle finestre successive. Per questo i membri di Camera e Senato vengono sollecitati a prendere pubblicamente posizione contro l’acquisizione e a garantire «il massimo livello di scrutinio antitrust», ricordando che in gioco non ci sono solo i bilanci delle major, ma milioni di posti di lavoro e il futuro di una forma d’arte.
Per ora la palla è nelle mani dei negoziatori e delle autorità antitrust, chiamate a valutare se un colosso dello streaming possa diventare anche il custode di alcune delle saghe cinematografiche più importanti della storia. Se l’accordo dovesse andare in porto, la domanda chiave per chi ama il grande schermo sarà una sola: in un mondo in cui Stranger Things e Harry Potter vivono davvero sotto lo stesso tetto, quanto spazio resterà alle sale per raccontare queste storie prima che finiscano dentro un’unica app?
Fonte:Variety/Deadline
© RIPRODUZIONE RISERVATA
