Alla fine degli anni ’90, quando la fantascienza cinematografica stava sperimentando forme sempre più cupe e concettuali, Cube arrivò nelle sale come un oggetto alieno, capace di spiazzare pubblico e critica. Presentato come un thriller claustrofobico e apparentemente minimale, il film diretto da Vincenzo Natali sconvolse per il suo immaginario spietato e per un finale che rifiutava qualsiasi forma di consolazione. Oggi, a distanza di oltre venticinque anni, Cube appare non solo come un cult, ma come un’opera sorprendentemente attuale.
Il punto di partenza è semplice quanto disturbante: sei sconosciuti si risvegliano all’interno di una gigantesca struttura cubica composta da stanze identiche, alcune delle quali nascondono trappole mortali. Nessuna spiegazione, nessun contesto, nessun antagonista riconoscibile. Il film non chiarisce mai chi abbia costruito il Cubo né per quale motivo le vittime siano finite lì dentro. Questa assenza di risposte, che all’epoca fu interpretata da molti come un limite, è in realtà uno degli elementi che rendono Cube così potente.
Col passare dei minuti, diventa evidente che il labirinto non è soltanto un meccanismo narrativo, ma una metafora. Il Cubo rappresenta un sistema impersonale, autoreferenziale e privo di un vero centro di comando, in cui gli individui sono costretti a muoversi seguendo regole che non comprendono fino in fondo. Ogni personaggio incarna un diverso atteggiamento nei confronti di questo sistema: chi cerca di dominarlo con la forza, chi prova a razionalizzarlo, chi lo rifiuta, chi viene considerato inutile perché non produttivo secondo i parametri stabiliti.
È qui che Cube si rivela un film profondamente politico, pur senza mai dichiararlo apertamente. Il Cubo funziona come una macchina che premia l’efficienza, annulla l’individualità e mette le persone una contro l’altra, trasformando la cooperazione in una lotta per la sopravvivenza. L’idea che “qualcuno sia al comando” viene progressivamente smontata, fino a lasciare spazio a una verità ancora più inquietante: il sistema esiste per inerzia, continua a girare su se stesso senza uno scopo preciso, sostenuto dall’illusione che ci sia un piano più grande.
Il finale di Cube è uno dei più crudeli mai visti nella fantascienza. Quando i personaggi scoprono che la via d’uscita era sempre stata davanti a loro, è ormai troppo tardi. La violenza esplode negli ultimi istanti, cancellando quasi tutti i protagonisti e lasciando in vita un solo sopravvissuto, incapace persino di comprendere appieno ciò che ha vissuto. Non c’è redenzione, non c’è ricompensa, non c’è vittoria. Il Cubo continua a esistere, pronto a intrappolare altri esseri umani.
Rivisto oggi, questo epilogo assume un peso ancora maggiore. Cube parla di alienazione, di competizione forzata, di sistemi che consumano le persone e le sostituiscono senza lasciare traccia. Temi che, nell’era del lavoro precario, degli algoritmi e delle strutture aziendali sempre più opache, risultano persino più urgenti di quanto lo fossero negli anni ’90.
Nonostante sia spesso ricordato come un film estremamente violento, Cube in realtà contiene pochissime scene esplicitamente gore, concentrate soprattutto all’inizio. Il vero orrore del film è psicologico ed esistenziale: è la perdita progressiva di senso, la paranoia che cresce, la consapevolezza di essere ingranaggi sacrificabili all’interno di una macchina più grande. Una scelta che all’epoca ne limitò la ricezione, ma che oggi lo rende un’opera sorprendentemente lucida.
Con un budget ridottissimo, Cube riuscì comunque a ottenere un buon successo commerciale e a generare un vero e proprio universo narrativo, fatto di sequel, prequel, remake e di una lunga serie di film ispirati al suo concept, da Saw a Escape Room, fino a esperimenti più apertamente sociali come The Platform. Nessuno, però, è riuscito a replicarne davvero l’efficacia simbolica.
Oggi Cube non è soltanto un cult da riscoprire, ma un film che parla direttamente al presente. Un thriller di fantascienza che ha sconvolto il pubblico negli anni ’90 e che, paradossalmente, sembra raccontare con ancora più precisione il mondo in cui viviamo.
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Fonte: CBR
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