Da anni, quando succede qualcosa di improbabile, c’è sempre qualcuno pronto a tirare in ballo I Simpson. La serie ha costruito una reputazione quasi “oracolare” grazie a gag che, col tempo, hanno finito per assomigliare a titoli di giornale: l’episodio Bart to the Future, andato in onda nel 2000, è quello che viene citato più spesso quando si parla di Donald Trump presidente; e c’è poi la battuta del 1998 in cui la 20th Century Fox viene indicata come “divisione” Disney, letta dopo l’acquisizione come una di quelle coincidenze che fanno impressione. È una miscela di satira, intuito e casualità che negli anni ha alimentato un mito pop quasi automatico: se la realtà supera la fantasia, qualcuno da qualche parte giura che Springfield ci era arrivata prima.
Eppure, se l’idea è parlare di un’opera che ha “predetto il futuro” in modo più preciso, non nel singolo dettaglio ma nel meccanismo, c’è un film che merita di essere ripescato più dei Simpson: Wag the Dog, uscito nel 1997 (in Italia noto anche come Sesso & potere). Riguardarlo oggi significa accorgersi che molte dinamiche contemporanee — dalla politica trasformata in spettacolo alla cronaca gestita come sceneggiatura — erano già lì, mostrate con la chiarezza brutale della satira che fa ridere e insieme mette a disagio.
Diretto da Barry Levinson e interpretato da Robert De Niro e Dustin Hoffman, il film parte da una premessa perfetta: a pochi giorni dalle elezioni, uno scandalo sessuale rischia di travolgere la Casa Bianca. La soluzione non è riparare la realtà, ma sostituirla. Conrad Brean, consulente politico abituato a spegnere incendi, chiama in causa Stanley Motss, un produttore hollywoodiano convinto che tutto — anche la Storia — abbia bisogno di un buon racconto. Da quel momento, la politica diventa un set: per distogliere l’attenzione pubblica dallo scandalo, i due fabbricano una guerra in Albania. Non una guerra “vera” nel senso tradizionale, ma una guerra mediatica, con immagini costruite in studio, frammenti da mandare in onda, una colonna sonora adatta, uno slogan riconoscibile, un eroe utile a compattare il Paese e un flusso continuo di notizie capaci di occupare ogni spazio, ogni talk, ogni apertura di telegiornale.
Il punto, ed è qui che Wag the Dog sembra aver guardato più avanti di tutti, è che non parla solo di menzogne: parla di narrazione come arma. Nel film la verità diventa un dettaglio secondario rispetto alla sua rappresentazione, e ciò che conta davvero è l’effetto emotivo, la storia che la gente è disposta a credere, la sequenza di immagini che resta impressa. La “guerra” non esiste finché non viene raccontata, ma una volta raccontata diventa più reale del reale, perché produce reazioni, consenso, unità nazionale, discussioni infinite. È un’intuizione che suona attualissima: l’evento non è più soltanto ciò che accade, ma ciò che viene confezionato per essere consumato, condiviso, ripetuto, difeso come identità.
Wag the Dog insiste anche su un altro aspetto che oggi riconosciamo fin troppo bene: la politica che ragiona come marketing. Motss non si limita a inventare la crisi, la “veste” come un prodotto: crea simboli facili, mette insieme un immaginario immediato, punta su una grammatica visiva che abbia l’urgenza del reportage e la pulizia del cinema. La guerra finta ha bisogno di una canzone, di un tormentone patriottico, di un volto da trasformare in icona; e quando la macchina parte, ogni dettaglio serve a tenere alta l’attenzione e a impedire che l’opinione pubblica torni a guardare lo scandalo originario. Non si tratta solo di distrarre: si tratta di riscrivere l’agenda, imporre un racconto dominante, rendere “sconveniente” qualsiasi altra domanda.
È questo che rende il film così profetico: non l’aver previsto una specifica elezione, un singolo leader o una data, ma l’aver messo a fuoco la logica della comunicazione politica moderna, quella in cui lo spettacolo non accompagna la realtà ma la produce, e in cui l’informazione può essere manovrata con la stessa cura con cui si monta un trailer. Nel 1997 poteva sembrare un’iperbole cinica, una commedia nera costruita per far scandalo. Oggi, con la politica che vive di immagini virali, slogan, polarizzazione e gestione permanente del consenso, Wag the Dog appare come un film “dimenticato” solo perché fa paura: perché suggerisce che il confine tra ciò che succede e ciò che ci viene raccontato sia più fragile di quanto ci piaccia ammettere.
Rivederlo adesso significa anche ridimensionare il gioco dei “Simpson che ci avevano preso”: lì spesso si parla di coincidenze sorprendenti, qui si parla di una diagnosi. Wag the Dog non azzecca un dettaglio per caso, mostra un metodo. Ed è forse per questo che, invece di diventare un meme leggero da citare sui social, resta un film che torna a galla nei momenti in cui la realtà sembra troppo perfetta per essere spontanea. Una satira che, a distanza di quasi trent’anni, ha smesso di sembrare esagerata e ha iniziato a somigliare a un avvertimento.
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