Quando Ben-Hur con Charlton Heston arriva nelle sale nel 1959, il cinema epico raggiunge uno dei suoi vertici assoluti. Monumentale, spettacolare, carico di simbolismo religioso e tensione drammatica, il film di William Wyler diventa subito una pietra miliare della storia di Hollywood. Per molti spettatori, è ancora oggi l’adattamento definitivo del romanzo di Lew Wallace.
Eppure, più di trent’anni prima, Hollywood aveva già raccontato la stessa identica storia con un’ambizione sorprendente e una forza visiva che, a distanza di quasi un secolo, continua a colpire. Nel 1925, infatti, la Metro-Goldwyn-Mayer porta sul grande schermo Ben-Hur: A Tale of the Christ, un kolossal del cinema muto che anticipa molti degli elementi resi celebri dal remake con Heston.
Diretto da Fred Niblo e interpretato da Ramon Novarro, il film del 1925 non è una semplice curiosità d’archivio. È il primo vero tentativo cinematografico di restituire sullo schermo la portata epica del romanzo, dopo adattamenti teatrali e versioni filmiche molto ridotte. Con una durata di quasi due ore e mezza – eccezionale per l’epoca – il film muto racconta per intero il viaggio di Judah Ben-Hur, dalla caduta alla redenzione, intrecciando vendetta personale, spettacolo e dimensione spirituale.
La produzione fu leggendaria e tormentata. Le riprese, in gran parte realizzate a Roma, subirono ritardi, cambi di regia e persino la sostituzione del protagonista a lavorazione già iniziata. Nonostante tutto, Ben-Hur: A Tale of the Christ diventò il film più costoso mai realizzato fino a quel momento, un azzardo industriale che MGM trasformò in un evento senza precedenti. Il risultato fu un’opera che ridefinì il concetto stesso di kolossal, dimostrando che il cinema poteva competere con il teatro e la letteratura anche sul piano della grandiosità.
Il cuore spettacolare del film era già allora la corsa delle bighe. Girata con una complessità tecnica impressionante, la sequenza stabilì un modello visivo destinato a essere ripreso per decenni. Non è un caso che il celebre remake del 1959 ne ricalchi in parte la struttura, né che storici del cinema abbiano individuato echi di quella scena in film molto lontani per genere ed epoca. In questo senso, il Ben-Hur del 1925 non è solo un predecessore, ma una vera matrice del cinema epico moderno.
Se oggi la versione con Charlton Heston viene ricordata come lo standard definitivo, è anche perché il pubblico tende a dimenticare quanto il film muto abbia già fatto, in anticipo sui tempi, ciò che il sonoro e il colore avrebbero poi reso ancora più celebre. Laddove il remake del 1959 amplifica lo spettacolo, il film del 1925 colpisce per la purezza dell’immagine, per la composizione delle inquadrature e per una fisicità che non ha bisogno di dialoghi per essere travolgente.
Oggi Ben-Hur: A Tale of the Christ è entrato nel pubblico dominio ed è facilmente reperibile, anche gratuitamente. Rivederlo significa non solo riscoprire un capolavoro spesso dimenticato, ma anche rendersi conto che uno dei più grandi miti del cinema era già stato raccontato, con la stessa epicità, quando Hollywood stava ancora imparando a parlare attraverso le immagini.
Se il Ben-Hur del 1959 rappresenta il trionfo definitivo del kolossal classico, quello del 1925 resta una lezione fondamentale: l’epica cinematografica, prima ancora del sonoro e del colore, era già nata nel silenzio.
Fonte: Collider
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