A cosa può andare incontro di peggio un film horror? Fallire nel suo obiettivo primario, certo, ma soprattutto trasformarsi in qualcosa di completamente diverso da ciò che voleva essere. Non spaventare, non inquietare, non mettere a disagio lo spettatore, bensì farlo ridere. E non per scelta, non per ironia consapevole, ma in modo del tutto involontario. La storia del cinema è piena di esempi di questo tipo: da Manos: The Hands of Fate a Troll 2, passando per Birdemic e Plan 9 from Outer Space, titoli che hanno trovato una seconda vita proprio grazie alla loro incapacità di risultare efficaci. Tra questi, uno dei casi più emblematici degli ultimi decenni è senza dubbio The Wicker Man del 2006.
Il film, diretto da Neil LaBute, è il remake dell’omonimo cult britannico del 1973, considerato ancora oggi un caposaldo del folk horror. Operazione rischiosa già in partenza, perché l’originale era costruito su un lento accumulo di tensione, su un’atmosfera disturbante e su un finale diventato iconico. La versione del 2006 decide invece di prendere una strada diversa, affidandosi quasi completamente alla presenza di Nicolas Cage nei panni del protagonista, il poliziotto Edward Malus.
La trama segue Malus mentre indaga sulla scomparsa di una bambina, figlia della sua ex fidanzata, che lo conduce su un’isola isolata abitata da una comunità matriarcale dai rituali pagani. Fin dai primi incontri con gli abitanti del luogo, qualcosa appare fuori posto: i comportamenti sono ostili, le risposte evasive, l’atmosfera sempre più opprimente. Il problema è che questa sensazione di inquietudine, anziché crescere in modo sottile, viene continuamente spezzata da scelte narrative e recitative che finiscono per risultare grottesche.
Negli anni, The Wicker Man è diventato oggetto di scherno soprattutto per alcune scene diventate virali ben prima dell’era dei meme. Su tutte, la famigerata sequenza delle api, con il personaggio di Cage sottoposto a una tortura talmente sopra le righe da sfociare nel comico puro. Ma non è un caso isolato. L’overacting di Cage, solitamente apprezzato proprio per la sua intensità fuori scala, qui appare spesso fuori contesto, incapace di armonizzarsi con il tono che il film vorrebbe mantenere. Urla improvvise, reazioni esagerate e dialoghi recitati con una serietà quasi parodistica contribuiscono a creare un cortocircuito continuo.
A questo si aggiunge una regia che rinuncia alla gradualità dell’originale, preferendo spiegare, mostrare e sottolineare ogni elemento, privando la storia di mistero e ambiguità. Il risultato è un horror che ambisce al disagio ma ottiene risate, che vorrebbe essere disturbante ma diventa involontariamente camp. Ed è proprio per questo che, a distanza di anni, The Wicker Man del 2006 viene ricordato più come una curiosità da riscoprire con spirito ironico che come un vero film dell’orrore. Un destino beffardo, ma non raro, per chi prova a spaventare e finisce per divertire.
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