Jay Kelly, riflessi di una star sbiadita
Noah Baumbach, regista noto per le sue analisi acute e spesso malinconiche delle dinamiche familiari e delle nevrosi borghesi, si unisce a un cast stellare che include Adam Sandler, George Clooney, Patrick Wilson e Laura Dern per “Jay Kelly”. Il film, presentato in anteprima alla 82a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ci porta dietro le quinte della vita di una star di Hollywood, interpretata da George Clooney, costretta a confrontarsi con i propri successi e fallimenti. Un’occasione che, sulla carta, prometteva scintille, ma che si rivela più tiepida del previsto. “Jay Kelly” sembra quasi accontentarsi di riflettere la luce abbagliante del suo protagonista, senza osare addentrarsi nelle zone d’ombra che inevitabilmente lo accompagnano.
Clooney allo specchio: autocritica o autocelebrazione di una star inossidabile?
George Clooney interpreta Jay Kelly, un attore di fama mondiale, un personaggio costruito attorno all’immagine pubblica e al carisma inconfondibile dell’attore stesso. L’operazione è dichiarata fin da subito: “JayKelly” non è tanto un personaggio a sé stante, quanto una variazione sul tema “George Clooney”, con tanto di rimandi diretti alla sua filmografia e alla sua vita privata. Baumbach gioca con l’idea di svelare il lato oscuro di una figura apparentemente perfetta, di graffiare la superficie patinata per rivelare le insicurezze e le debolezze nascoste. Ma la narrazione fatica a graffiare davvero, preferendo mantenere un tono conciliante e a tratti superficiale. Clooney offre una performance misurata, ricca di sfumature, in cui alterna momenti di autoironia a momenti di sincera vulnerabilità. Eppure, il film non osa mai affondare il colpo, non si spinge fino in fondo nell’esplorazione della psiche del suo protagonista. Il risultato è un ritratto patinato, che solletica l’ego della star senza davvero metterla in discussione, quasi una sorta di autocelebrazione mascherata da autocritica. Ci si chiede se questa timidezza derivi dalla volontà di non intaccare l’immagine pubblica di Clooney, o se sia una scelta stilistica precisa di Baumbach, intenzionato a realizzare un’opera più leggera e accessibile.
Sandler ruba la scena: un manager dal cuore infranto in un sistema spietato
Se Clooney rimane intrappolato in un ruolo che sembra cucito su misura, Adam Sandler sorprende nel ruolo di Ron, il manager di Jay. Sandler, lontano dalle sue solite interpretazioni comiche, regala un ritratto intenso e malinconico di un uomo che ha sacrificato la propria vita personale sull’altare della carriera del suo cliente. Ron è l’anima più autentica del film, un personaggio che suscita empatia e commozione, e che finisce per eclissare la stessa figura di Jay Kelly. La sua è la storia di un uomo che ha dedicato la vita a prendersi cura degli altri, dimenticandosi di sé stesso. Un uomo che ha visto la sua famiglia sgretolarsi a causa del suo impegno totalizzante verso il lavoro, e che ora si ritrova solo e disilluso. Sandler riesce a trasmettere tutta la fragilità e la vulnerabilità di Ron, senza mai cadere nel patetico o nel melodrammatico. Ottima anche la prova di Laura Dern, nei panni della cinica quanto pragmatica addetta stampa di Jay, un personaggio che incarna la spietatezza e il cinismo del mondo dello spettacolo. La Dern riesce a rendere credibile un personaggio che potrebbe facilmente scivolare nella caricatura, offrendo una performance misurata e incisiva.
Un viaggio in italia che sa di cartolina, tra stereotipi e occasioni perdute
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Dopo un evento traumatico – una rissa con un vecchio amico che gli rinfaccia il suo successo -, Jay decide di abbandonare il set del suo ultimo film e di seguire la figlia Daisy (Grace Edwards) in un viaggio attraverso l’Europa. Il treno che attraversa l’Italia diventa il palcoscenico per una serie di incontri e riflessioni, ma la narrazione si perde in siparietti macchiettistici e in una rappresentazione stereotipata del Bel Paese. Il viaggio diventa un pretesto per inserire gag prevedibili e per allungare inutilmente la durata del film. Ci si aspetterebbe da Baumbach una visione più originale e meno convenzionale dell’Italia, ma il regista sembra accontentarsi di riproporre cliché triti e ritriti. Anche il rapporto tra Jay e sua figlia Daisy rimane in superficie, senza mai raggiungere una vera profondità emotiva.
Dietro le quinte di un’anima inquieta: occasione perduta, tra superficialità e buoni sentimenti
“Jay Kelly” ambisce a svelare le fragilità e le contraddizioni di una star di Hollywood, ma si ferma sulla soglia di una vera e propria indagine psicologica. Il film preferisce indulgere in un ritratto edulcorato e rassicurante, rinunciando a scavare a fondo nelle ferite del suo protagonista. Il risultato è un’opera piacevole da guardare, ma priva della profondità e della risonanza emotiva che ci si aspetterebbe da un regista del calibro di Noah Baumbach. Ci si chiede se il problema sia la sceneggiatura, forse troppo timida e convenzionale, o se sia la regia, che non riesce a dare il giusto peso alle scene più importanti. In ogni caso, “Jay Kelly” lascia l’amaro in bocca, la sensazione di un’occasione persa.
Cosa mi è piaciuto:
- La performance di Adam Sandler è intensa e commovente.
- Alcune intuizioni sulla dinamica tra star e entourage.
- La fotografia patinata e accattivante.
Cosa si sarebbe potuto fare meglio:
- Osare di più nell’analisi del personaggio di Jay Kelly.
- Evitare gli stereotipi sulla cultura italiana.
- Dare maggiore spazio ai personaggi secondari, come quello interpretato da Laura Dern.
Verdetto Finale:
“Jay Kelly” è un film godibile e ben confezionato, che intrattiene senza impegnare troppo. Tuttavia, l’opera manca di mordente e di originalità, e si rivela un’occasione persa per esplorare in profondità il mondo complesso e contraddittorio delle star di Hollywood. Un film che si lascia guardare, ma che difficilmente lascerà un segno indelebile nella memoria dello spettatore.
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