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James Van Der Beek era diventato il tutor dei papà che sapeva come usare i social

James Van Der Beek era diventato il "tutor dei papà" che sapeva come usare i social

La morte di James Van Der Beek, a 48 anni, ha colpito i fan che lo avevano conosciuto come il volto di Dawson Leery in Dawson’s Creek, uno di quei personaggi capaci di diventare un riferimento generazionale anche per chi, oggi, guarda quella serie con lo sguardo un po’ più distante e la memoria un po’ più tenera. Ma negli ultimi anni, attorno al suo nome si era formata anche un’altra comunità, meno legata alla nostalgia televisiva e più alla quotidianità: quella dei genitori e dei neo genitori che lo seguivano con costanza per un motivo diverso, più intimo e quotidiano. Van Der Beek aveva trasformato i social in un racconto di famiglia e di cura, in un posto in cui la celebrità non serviva a separare, ma a mettere in comune un’esperienza: crescere dei figli, provare a farlo con presenza, e ammettere che non sempre si riesce.

Malato da tempo a causa di un tumore colorettale reso pubblico nel 2024, l’annuncio della sua morte è stato affidato a un messaggio della moglie Kimberly. In quell’orizzonte domestico che lui stesso aveva scelto di portare spesso online, la famiglia restava il centro di tutto. Van Der Beek era sposato con Kimberly Brook, e insieme avevano costruito una casa numerosa: sei figli, Olivia, Joshua, Annabel, Emilia, Gwendolyn e Jeremiah. Un dato che, nelle ricostruzioni di queste ore, vale più di una cifra: perché spiega anche la direzione del suo racconto social, sempre più orientato a condividere ciò che la paternità gli stava insegnando.

C’era un tono ricorrente, nei suoi post: affettuoso, nitido, spesso persino “pratico”, come se sapesse che dall’altra parte dello schermo c’erano persone che cercavano non solo emozione, ma anche strumenti. In un messaggio dedicato alla paternità scriveva: «Essere un padre è stato l’onore più prezioso della mia vita. Grazie ai miei figli per avermi re-insegnato come vivere, ridere, amare, e presentarmi nella mia vita e nel mondo». Poi, senza cambiare registro, ringraziava la moglie: «E grazie alla mia supereroina di moglie… che supera costantemente i confini di ciò che pensavo fosse la capacità umana. Vi amo tutti con tutto il mio cuore». Dentro poche righe c’era già il suo modo di stare sui social: gratitudine, riconoscimento, e la scelta di far emergere ciò che spesso resta invisibile.

Le dediche ai figli avevano la stessa sincerità e una sorprendente maturità emotiva. In un post per il compleanno di una figlia scriveva: «È diventata ieri di 7 anni. La mia piccola gemma di essere umano».. E aggiungeva, con una tenerezza che diventava anche dichiarazione di metodo: «Hai ispirato me e mi hai insegnato di più sulla presenza e sulla pazienza di quanto potrei mai esprimere in un post. Ti amo con tutto il mio cuore, e ti custodisco sempre». In un’altra didascalia ancora, rivolgendosi a un figlio che compiva nove anni, la dimensione educativa si capovolgeva con naturalezza: «Considero tutti i miei figli i miei insegnanti, ma te ti ho sempre considerato un’autorità… quando parli, io ascolto». E poi la frase che, letta oggi, sembra riassumere l’intero percorso pubblico degli ultimi anni: «È l’onore di molte vite essere l’uomo che tu chiami ‘Papà’. E impegnarmi a essere degno di quel titolo… mi rende un uomo migliore ogni giorno».

Accanto alla parte più intima, Van Der Beek aveva iniziato a condividere anche consigli molto concreti, quasi appunti da genitore a genitore. Uno dei contenuti più ricordati è l’acronimo “CALLLM”, un promemoria rapido da ripercorrere quando un neonato piange e in casa sale la tensione. La sequenza, così come la spiegava, iniziava dalla “C” di Connection, connessione: «Riconosci che ogni momento è un’opportunità di connessione con il tuo bambino». Poi arrivava la “A” di Acceptance, accettazione, cioè il gesto di smettere di combattere l’emozione del momento e prenderne atto senza irrigidirsi. Le tre “L” erano Love, Listen e List: amore, ascolto e lista, una checklist mentale per non andare in automatico, ma rimettere ordine nelle priorità e nei bisogni reali del piccolo. Infine la “M” di Magic, la “magia” personale che ogni genitore impara a conoscere: il modo in cui lo tiene, una ninna nanna, un dondolio, quel dettaglio unico che spesso funziona più di qualsiasi teoria. Il punto, nel suo racconto, non era l’illusione di un trucco universale, ma l’idea che si possa restare presenti e lucidi proprio quando tutto sembra confuso, trasformando la gestione del pianto in un momento di legame invece che in una prova da superare.

È qui che quel “secondo pubblico” si è riconosciuto: non nel genitore perfetto, ma nel padre che prova a dare un nome alla fatica, senza trasformarla in spettacolo. Anche quando scriveva alle madri, il suo era un messaggio che cercava di riparare, non di polarizzare: «Per tutte le madri là fuori che si sentono trascurate, sovraccariche, poco apprezzate e sotto-onorate» e poi l’invito a non sottovalutare l’impatto che hanno e a concedersi «abbondanza di grazia d’amore per essere umane». Era un modo di stare online distante dal rumore: riconoscere l’altro, fare spazio, ricordare che dietro un profilo c’è una vita intera.

In un’epoca in cui i social sono spesso governati dal livore, dalla reazione istantanea e dalla semplificazione, Van Der Beek aveva scelto l’opposto: un uso sano, consapevole e quasi “puro”, perché orientato a qualcosa che non si consuma in un click. I suoi post non cercavano lo scontro né la performance dell’opinione; cercavano la connessione, la presenza, l’ascolto. E forse è anche per questo che, oggi, la sua scomparsa non tocca solo chi lo ricorda per un personaggio televisivo, ma anche chi, senza aver mai incontrato davvero James Van Der Beek, lo aveva sentito vicino nel momento più delicato e trasformativo: quello in cui si diventa genitori.

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Foto: Randy Shropshire/Getty Images

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