In questo horror assurdo le parole possono trasformare le persone in zombie

C’è un tipo di film horror in cui la paura non nasce da ciò che vedi, ma da ciò che ascolti. Pontypool gioca tutto su questa sensazione: la giornata sembra partire come tante, con la routine di una piccola emittente locale e un programma radiofonico che deve riempire ore di diretta con notizie, commenti e chiamate degli ascoltatori. Poi, a poco a poco, qualcosa si incrina nel flusso delle informazioni. Arrivano segnalazioni frammentarie, voci poco chiare, dettagli che non combaciano. Il mondo là fuori resta quasi sempre fuori campo, ma proprio questa distanza — e l’impossibilità di verificare davvero cosa stia succedendo — trasforma la radio in una finestra inquietante, dove ogni parola può essere un indizio o un allarme.

Il film è canadese, del 2008, diretto da Bruce McDonald e scritto da Tony Burgess a partire dal suo romanzo Pontypool Changes Everything. L’ambientazione è la cittadina immaginaria di Pontypool, in Ontario, e l’idea è tanto semplice quanto anomala: concentrare un horror “da contagio” in un unico spazio chiuso e affidare quasi tutta la tensione a ciò che viene raccontato, non a ciò che viene mostrato. Il protagonista è Grant Mazzy, ex voce da “shock jock” finito a condurre in una radio di provincia: insieme alla producer Sydney e alla tecnica Laurel-Ann si ritrova a gestire una diretta che, nel giro di poco, cambia natura. Quello che pare un disordine fuori controllo — incidenti, aggressioni, persone che si comportano in modo inspiegabile — diventa un’emergenza sempre più difficile da interpretare, anche perché le notizie arrivano spezzate, contraddittorie, a tratti quasi deliranti.

Il punto di svolta, e ciò che rende Pontypool diverso da tanti horror sugli infetti, è l’idea della trasmissione. Qui il pericolo non è soltanto fisico, non si riduce al morso o al sangue: il film suggerisce che l’infezione possa passare attraverso il linguaggio. Non è un dettaglio buttato lì, ma la chiave che riorganizza tutto ciò che stai ascoltando. McDonald ha anche precisato, parlando del film, che non intendeva trattare “zombie” nel senso classico: più che morti viventi, sono persone “contaminate” da un corto circuito nella comunicazione, come se il significato di certe parole diventasse una miccia capace di incendiare la mente e il corpo. Da qui nasce anche la componente più disturbante: l’idea che ciò che ti salva o ti condanna non sia una porta chiusa o una barricata, ma un suono, una frase, un termine comune che all’improvviso smette di essere innocuo.

Le reazioni al film, negli anni, hanno spesso premiato proprio questa stranezza. In molti lo hanno letto come un horror concettuale, capace di fare suspense con pochi elementi e un’ottima gestione del ritmo, senza inseguire per forza il gore o l’azione continua. Altri hanno trovato l’assunto volutamente assurdo e il finale divisivo, ma anche chi è rimasto perplesso tende a riconoscergli un merito: provare a raccontare un contagio in modo diverso, trasformando la lingua in un campo minato e la radio in un luogo dove la narrazione è già una forma di sopravvivenza.

Se cercate un horror “assurdo” nel senso migliore del termine — cioè un film che ti costringe a rinegoziare le regole mentre lo guardi — Pontypool è uno di quei titoli che restano addosso. Non tanto per ciò che mostra, quanto per la sensazione che lascia: che la minaccia possa annidarsi nel mezzo più familiare di tutti, una parola detta al momento sbagliato, ascoltata da chi non è più in grado di capirla come prima.

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