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Il mostruoso è dentro tutti noi: Maggie Gyllenhaal ci racconta La Sposa!, radicale rilettura di Frankenstein

«Volevo capire cosa sarebbe successo se avessi provato a dire la verità su qualcos’altro, ma in un modo grande, pop, hot». Con queste parole Maggie Gyllenhaal racconta la genesi di La sposa!, il suo nuovo film da regista, sceneggiatrice e produttrice, nel corso di un Q&A internazionale a cui abbiamo partecipato, che ha anticipato il lancio del trailer ufficiale del progetto. Dopo l’esordio dietro la macchina da presa con La figlia oscura, Gyllenhaal compie un salto netto, scegliendo una rilettura radicale del mito di Frankenstein che sposta definitivamente il centro del racconto sulla Sposa, trasformandola da figura simbolica a protagonista assoluta, dotata di desideri, rabbia, identità e contraddizioni.

Ripercorrendo proprio la sua prima esperienza dietro la macchina da presa, la regista ha spiegato che il film del 2021, presentato in concorso al Festival di Venezia, è nato da un’urgenza intima che ha trovato subito la sua forma: «Quando ho fatto The Lost Daughter, si è trattato ovviamente di molto lavoro, ma è arrivato in modo molto naturale. Ero interessata al libro, ho scritto la sceneggiatura, ho fatto il casting, l’ho messo insieme. Era un tono, una sensazione che mi apparteneva». Un’esperienza che però le ha lasciato addosso una domanda precisa: «Quando ho visto che, dicendo la verità su qualcosa di tabù, il film colpiva un nervo, anche se era un film piccolo, mi sono chiesta: cosa succederebbe se provassi a dire la verità su qualcos’altro e lo facessi in modo grande, pop? Che tipo di nervo colpirebbe?».

È da qui che nasce La Sposa!, e da un tema che Gyllenhaal definisce centrale: «In questo caso era qualcos’altro che avevo in testa, ed erano gli aspetti mostruosi dentro ognuno di noi. Li vedo in me, li vedo negli altri. E ho pensato: e se provassimo davvero a dire la verità su questo, ma lo facessimo in un modo hot, grande, esplosivo?».

L’idea concreta del film arriva quasi per caso, durante una festa, quando la regista nota un uomo con un tatuaggio enorme della Sposa di Frankenstein sull’avambraccio. «Mi ha colpita. Tutti mi proponevano idee, IP diverse, ma niente funzionava. Poi ho visto quel tatuaggio e ho pensato: “Ma l’ho mai visto davvero quel film?”». Tornata in hotel, Gyllenhaal si butta a capofitto nella visione del classico e resta colpita da un paradosso che diventa la chiave del progetto: «Il film si chiama La sposa di Frankenstein, ma non parla affatto di lei. Eppure Elsa Lanchester ha un impatto enorme, anche se è nel film per tre minuti e non parla». Il motivo, per lei, è chiarissimo: «Si sveglia e dice no. È essenzialmente quello che fa. Ed è una cosa molto insolita».

Da lì nasce il ribaltamento: se la richiesta di Frankenstein di avere una compagna è comprensibile, cosa succede se si guarda davvero dall’altra parte? «La sua richiesta di una compagna è parte del libro, della mitologia, ed è comprensibile. Ma allo stesso tempo… che ne è di lei? Lui sta chiedendo che qualcuno venga riportato in vita per essere la sua fidanzata. E lei?». La Sposa! si costruisce proprio su questa domanda: «E se tornasse indietro con i suoi bisogni, la sua agenda, i suoi desideri, i suoi terrori?».

Anche lo stile del film nasce da un’idea di sovversione. Gyllenhaal parla di un dialogo con il cinema classico, citando suggestioni che vanno da Bonnie e Clyde a La rabbia giovane, fino a Metropolis, ma precisa di non aver mai seguito un percorso schematico: «Ho lasciato la mia mente aprirsi e vagare. Certo, ci sono grandi ispirazioni, ma ho lasciato che andasse ovunque. Ed è una cosa bellissima, ma anche molto vulnerabile, perché il film viene da me, in un modo molto aperto».

La stessa libertà guida la scelta dell’ambientazione. In una prima fase, la regista immagina il film ambientato tra il 1860 e il 1870, nel pieno del movimento spiritista: «C’era questa idea delle persone che parlavano con i morti, un lavoro svolto quasi esclusivamente da donne. E in un film su persone che tornano dalla morte mi sembrava interessante». Ma scrivendo, emerge un altro elemento fondamentale: la solitudine di Frankenstein. «Non ha nessuno con cui parlare. La sua relazione principale, prima che lo incontriamo, è con una star del cinema. Una star è qualcuno con cui puoi immaginare una relazione anche se non ti conosce affatto». Da qui la decisione: «Doveva essere ambientato in un’epoca in cui esistono i film».

La scelta cade sugli anni ’30, non solo per amore estetico, ma per ciò che rappresentano: «Il film parla molto della differenza tra fantasia – fantasia dell’amore, del sesso, dell’aspetto – e la realtà. E di quale sia il vero piacere di una relazione basata sulla realtà». Ma Gyllenhaal precisa: «È ambientato negli anni ’30, ma non esattamente negli anni ’30. È come se fossero gli anni ’30 filtrati da downtown New York, 1981. È una versione che viene dalla mia immaginazione».

Quando le chiedono se La Sposa!sia un film “punk”, Gyllenhaal accetta la definizione, ma la amplia: «Cos’è il punk? È celebrare qualcosa che non entra facilmente in una scatola. E allora sì, il film è totalmente punk». Racconta anche come Christian le abbia inviato immagini e video di Sid Vicious durante la preparazione, e aggiunge: «Io amo Frankenstein come punk. Ma c’è anche un altro tipo di punk, ed è fare un film in cui la Sposa di Frankenstein è al centro. Tantissime persone mi dicono: “Hai fatto Frankenstein”. E io rispondo, il più gentilmente possibile: “No, ho fatto la Sposa di Frankenstein”».

Al centro di tutto c’è la Sposa interpretata da Jessie Buckley, e Gyllenhaal chiarisce cosa la muove: «Interpreta una donna che in vita non è riuscita a esprimersi. Aveva la bocca cucita. E quindi torna con moltissimo da dire». Ma c’è anche un altro elemento chiave, accennato nel trailer: «Torna in vita senza sapere chi è, senza punti di riferimento, senza una bussola. Quindi una parte della sua agenda è semplicemente capire chi è». Una dinamica che la regista sottolinea essere stata esplorata infinite volte con personaggi maschili, ma raramente con una donna.

Buckley, per lei, è l’unica possibile incarnazione del personaggio: «Con Jesse parlo come parlo con me stessa. È una comunicazione completamente pura». Racconta di aver cercato di non scrivere il ruolo pensando a lei, per non limitarlo, salvo poi arrendersi: «Ho scritto e ho pensato: ok, è solo Jesse. Non so davvero chi altro avrebbe potuto interpretarla». Il motivo è nella sua capacità di tenere insieme tutto: «Ogni essere umano contiene l’intero spettro delle emozioni. È feroce e potente, ma accanto a questo c’è la vulnerabilità più profonda. È intelligente e totalmente irrazionale, sexy e a volte anche brutta. Tutto insieme. Ed è questo che rende una persona reale».

Accanto a lei c’è Christian Bale, scelto senza esitazioni: «Ho semplicemente sognato in grande. Ho scritto il ruolo e ho pensato: chiederò a chi voglio. Qual è la cosa peggiore che può succedere? Che mi dica no». Per Gyllenhaal, Frankenstein doveva contenere molte contraddizioni: «Nel libro è estremamente emotivo, vulnerabile, pieno di bisogno e fame, ma anche molto intelligente. E allo stesso tempo è capace di fare cose terribili. Avevo bisogno di qualcuno che potesse tenere insieme tutto questo, e che ci permettesse di guardare il mostruoso e riconoscere parti di noi stessi».

Sul set, racconta, la sorpresa è stata costante: «Mi sorprendevano cento volte al giorno. Il mio lavoro era solo quello di fare piccoli aggiustamenti, riportarli sul filo quando rischiavano di cadere». Con Buckley, il rapporto era così istintivo da diventare quasi fisico: «A volte mi trovavo a urlarle indicazioni sul set, come in un sogno febbrile. A un certo punto Christian mi ha chiesto: “Puoi urlare anche a me?”».

Tra gli elementi visivi più forti del trailer c’è il segno nero sulla bocca della Sposa. Gyllenhaal racconta che nasce da una collaborazione strettissima tra lei, Buckley e la make-up artist Nadia Stacy: «C’è questa sostanza nera, inchiostrosa, che fa parte della formula che ti riporta in vita. E ci siamo chiesti: come potrebbe macchiare la pelle? In un modo che fosse grafico, bellissimo, coerente con lo stile e con la storia». E aggiunge senza esitazioni: «Deve venire tutto dalla storia, certo. Ma volevo che fosse bellissimo. Amo il suo look. I capelli, le labbra nere, le ciglia bianche. È il mio film, quindi sì, lo amo».

Grande spazio nel Q&A è dedicato anche all’uso dell’IMAX, pensato non come semplice formato spettacolare ma come strumento narrativo. Gyllenhaal spiega di aver lavorato sul cambio di aspect ratio con una domanda precisa: «Perché crescere verticalmente?». La risposta è emotiva: «Nel mio film cresciamo quando entriamo nella mente di qualcuno, nei sogni, quando tocchiamo la magia». Una scelta resa ancora più complessa dall’uso dell’anamorfico, che impone decisioni precise in fase di ripresa. E aggiunge: «Ho chiesto ad IMAX se fosse mai stato fatto in questo modo, animando la transizione. Mi hanno detto di no. Ed è una cosa bellissima: arrivare come principiante, imparare, e finire per fare qualcosa che non era mai stato fatto prima».

Infine, il punto esclamativo nel titolo. Gyllenhaal sorride e racconta che è nato quasi per gioco: «Mi sono sentita un po’ birichina a metterlo. Mi sono chiesta: qualcuno mi dirà di no?». Poi arriva il senso più profondo: «Se sei una donna del 1936 che muore senza essersi mai espressa, quando torni indietro hai un arretrato enorme di cose da dire. E quando finalmente escono, escono con un punto esclamativo attaccato».

La Sposa! viene definito dalla sua autrice senza esitazioni come «una profonda, profondissima storia d’amore», ma non nel senso idealizzato del termine: «È una storia su una connessione imperfetta. Perché, se siamo onesti, ogni storia d’amore lo è. L’amore è complicato, fatto di estasi e piacere, ma anche di oscurità e cose rotte». Ed è forse proprio in questo equilibrio instabile, tra mostruoso e desiderio, che il film di Maggie Gyllenhaal sembra voler colpire il suo nervo più scoperto.

La Sposa! è atteso nei cinema italiani il 5 marzo.

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