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Il film più lungo del mondo dura ben 867 ore. Ma per un un buon motivo

Il film più lungo del mondo dura ben 867 ore. Ma per un un buon motivo

C’è un’attrazione quasi irresistibile per i film che sembrano non finire mai. Il cinema, del resto, ha sempre avuto un debole per le opere monumentali, capaci di trasformare la visione in una sorta di rito, un impegno fisico oltre che emotivo. Negli ultimi anni lo abbiamo visto anche con titoli mainstream: Killers of the Flower Moon, Oppenheimer, Beau ha paura… tutti oltre le tre ore. Poi ci sono i classici: Via col vento con i suoi 238 minuti, o il leggendario Napoleone di Abel Gance del 1927, che in alcune versioni raggiunge le 5 ore e mezza. Durate che già così sembrano il limite massimo immaginabile, il punto oltre il quale un film diventa un’impresa.

E invece no. Perché esiste un titolo che fa impallidire qualunque record e sposta l’asticella in un territorio quasi surreale: Logistics, documentario svedese del 2012 che dura 857 ore. Tradotto: 35 giorni e 17 ore. Non è una provocazione buttata lì per fare rumore, ma un progetto concettuale pensato per seguire fino in fondo, senza scorciatoie, la traiettoria reale di un oggetto qualunque. Un’idea che all’apparenza può sembrare lineare – “tracciamo il viaggio di un prodotto” – ma che in realtà nasconde un significato ben più ampio: rendere visibile ciò che di solito resta invisibile, ovvero la rete gigantesca di passaggi, tempi morti, spostamenti e interconnessioni che sostiene la nostra quotidianità.

La scintilla scatta nel 2008, quando i registi Erika Magnusson e Daniel Andersson si imbattono in un articolo dedicato a uno spazzolino elettrico la cui realizzazione coinvolgeva dieci Paesi diversi. La complessità della produzione globale, fatta di componenti, trasferimenti e lavorazioni disseminate ovunque, li colpisce al punto da trasformarsi in un’ossessione narrativa: scegliere un oggetto e seguirlo dall’origine fino al consumatore, senza tagliare nulla. Alla fine la scelta ricade su un contapassi, emblema perfetto di quel “disordine anonimo” di gadget e cose comuni che ci circondano ogni giorno senza che ci chiediamo davvero da dove arrivino.

Il film documenta quindi l’intero percorso: dall’assemblaggio in Cina al porto di Shenzhen, dal trasporto via mare al passaggio attraverso il Mediterraneo e il Canale di Suez, proseguendo poi nell’Oceano Indiano fino alla consegna finale a Stoccolma. Tutto in tempo reale, con l’idea che la durata non sia un eccesso, ma il cuore stesso del racconto. È qui che Logistics si distingue anche da altri esperimenti celebri: Shoah di Claude Lanzmann, con le sue 9 ore e 26 minuti, o Modern Times Forever, che arriva a 240 ore, puntano su un’estensione temporale comunque eccezionale, ma Logistics fa un passo ulteriore e trasforma il tempo nella materia stessa del film.

Il risultato è un’esperienza estrema, quasi impossibile da consumare secondo le abitudini normali, ma proprio per questo capace di lasciare un’impressione precisa: farci percepire, in modo fisico, quanto tempo e quanta energia servano perché anche l’oggetto più banale finisca nelle nostre mani. Non è solo una questione di record o di curiosità da Guinness, ma un modo radicale per ricordare quanto dipendiamo da meccanismi enormi e spesso trascurati, nascosti dietro ogni gesto automatico e ogni routine che diamo per scontata.

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