Per parlare davvero delle origini del cinema di fantascienza moderno, bisogna tornare a un film che per anni è rimasto ai margini della storia ufficiale del genere. Un’opera minuscola per budget, ambiziosa per idee e clamorosamente incompresa alla sua uscita, ma che ha finito per influenzare in modo diretto alcuni dei più grandi film di fantascienza di tutti i tempi. Quel film è Dark Star, esordio alla regia di John Carpenter e primo, fondamentale laboratorio creativo di Dan O’Bannon.
Realizzato all’inizio degli anni ’70 come progetto universitario con pochissimi mezzi, Dark Star nasce come una satira fantascientifica dichiaratamente comica. Il film segue l’equipaggio di un’astronave logora e malfunzionante, impegnato in una missione tanto assurda quanto alienante: distruggere pianeti ormai inutili, usando bombe dotate di intelligenza artificiale. Il lavoro è diventato routine, la noia è soffocante e l’isolamento nello spazio trasforma ogni piccolo imprevisto in un evento destabilizzante. Più che raccontare una storia tradizionale, Dark Star osserva personaggi allo sbando, intrappolati in un’esistenza senza scopo, lasciando che l’assurdo e il grottesco prendano gradualmente il sopravvento.
Alla sua uscita nel 1974, il film viene quasi completamente ignorato. Il pubblico e la critica non colgono il tono ironico e lo scambiano per uno strano esperimento sci-fi mal riuscito. Solo anni dopo, grazie al successo successivo dei suoi autori, Dark Star inizia a essere rivalutato come ciò che è realmente: un’opera grezza ma sorprendentemente lucida, capace di anticipare temi, atmosfere e idee che diventeranno centrali nella fantascienza a venire.
Il contributo più evidente arriva proprio dalla carriera di Dan O’Bannon. Le intuizioni sviluppate in Dark Star – l’ambientazione claustrofobica, l’idea di lavoratori “blue-collar” nello spazio, la presenza di una creatura aliena che sconvolge l’equilibrio dell’equipaggio – vengono rielaborate pochi anni dopo in Alien. Dove Dark Star trattava questi elementi in chiave comica, Alien li trasforma in puro orrore. Il risultato è uno dei film più influenti della storia del cinema, ma la sua matrice concettuale affonda le radici proprio in questo piccolo cult dimenticato.
L’eredità di Dark Star non si ferma qui. Il lavoro pionieristico sugli effetti speciali attira l’attenzione di George Lucas, che coinvolge O’Bannon nello sviluppo di Star Wars. Persino uno degli elementi visivi più iconici della saga, l’effetto dell’iperspazio, nasce inizialmente come soluzione tecnica pensata proprio per Dark Star. Ancora una volta, un film apparentemente marginale finisce per lasciare un’impronta decisiva sull’immaginario collettivo.
Anche decenni dopo, la sua influenza continua a riaffiorare in modo più o meno esplicito. In Sunshine di Danny Boyle, uno dei personaggi più inquietanti porta il nome di Pinbacker, chiaro omaggio al Pinback interpretato da O’Bannon in Dark Star. Un dettaglio che conferma quanto questo film sia rimasto impresso nella memoria di registi e sceneggiatori cresciuti con la fantascienza degli anni ’70.
A lungo considerato un’opera minore persino dal suo stesso autore, Dark Star è stato per anni difficile da reperire, oscillando tra l’oblio totale e improvvise riscoperte. Oggi, però, è sempre più chiaro che senza questo esperimento anarchico e fuori dagli schemi, la fantascienza cinematografica come la conosciamo – da Alien a Star Wars, fino ai grandi titoli contemporanei – sarebbe stata profondamente diversa.
Un cult dimenticato, nato quasi per caso, che ha finito per insegnare al cinema di fantascienza come raccontare lo spazio, la solitudine e l’assurdità dell’esistenza umana. E che merita finalmente di essere riconosciuto per l’enorme eredità che ha lasciato.
Fonte: Collider

