A volte basta rivedere un film a distanza di anni per rendersi conto che parlava già del nostro presente, anche quando sembrava descrivere un futuro impossibile. Capita soprattutto con certe opere degli anni Novanta che, pur immerse nella loro epoca, riuscivano a intuire crepe culturali destinate ad allargarsi fino a diventare la normalità. Tra queste, c’è un film capolavoro del 1998 con Jim Carrey che occupa un posto particolare: una storia che allora appariva come un’allerta satirica sui limiti dell’intrattenimento televisivo e che oggi, nell’era dei social network e dell’esposizione costante, risuona con una precisione quasi inquietante.
Parliamo ovviamente di The Truman Show metteva al centro la vita di Truman Burbank, un uomo cresciuto senza sapere di essere la star inconsapevole di un programma osservato da milioni di spettatori. Ogni relazione era costruita, ogni gesto monitorato, ogni spazio della sua città parte di un gigantesco set progettato per mantenerlo al centro dell’inquadratura. Nel 1998 quella premessa colpiva per la sua audacia: un esperimento televisivo senza etica, che annullava la privacy e trasformava la vita di un individuo in un flusso continuo di spettacolo. Una provocazione, certo, ma percepita comunque come confinata ai territori estremi della fantasia.
Oggi quel confine non esiste più. La logica del film non è solo riconoscibile: è diventata una pratica quotidiana. Le piattaforme social hanno reso naturale l’idea di condividere ogni dettaglio della propria esistenza, convertendo momenti privati in contenuti pensati per essere consumati rapidamente. Ciò che Truman subiva senza saperlo, molte persone lo perseguono volontariamente, inseguendo visibilità, approvazione o semplicemente la sensazione di partecipare a un discorso collettivo che si alimenta di immagini, racconti e micro-narrazioni personali. La distinzione tra pubblico e privato si assottiglia, mentre l’occhio degli altri diventa parte integrante della nostra esperienza.
Il film anticipava anche un altro elemento centrale della contemporaneità: la costruzione di ambienti percepiti come liberi, ma regolati da meccanismi che orientano comportamenti e scelte. Seahaven era luminosa, accogliente, apparentemente perfetta, ma ogni suo angolo era progettato per trattenere Truman all’interno di un mondo predeterminato. Oggi gli ecosistemi digitali adottano dinamiche simili: spazi vasti e colorati governati da algoritmi che decidono ciò che vediamo, ciò che ci viene suggerito, ciò che riteniamo rilevante. La libertà diventa un’impressione, mentre la struttura invisibile definisce il perimetro del possibile.
Riguardare The Truman Show significa quindi confrontarsi con un avvertimento che avevamo sotto gli occhi e che, forse, non abbiamo ascoltato con abbastanza attenzione. La spettacolarizzazione dell’esistenza, che un tempo appariva come la deriva più estrema della televisione, è oggi la condizione abituale di una società che vive nella costante mediazione dello sguardo altrui. E proprio per questo è difficile non pensare che quel film, già allora lucidissimo, avesse intuito con sorprendente anticipo ciò che stavamo diventando.
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