Dopo 52 anni questo cult di fantascienza continua a darci i brividi con una sola frase

Ci sono film che invecchiano, e altri che sembrano invece affinarsi col tempo, diventando sempre più inquietanti man mano che la realtà si avvicina alle loro previsioni. Soylent Green, uscito nel 1973, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Rivederlo oggi non significa solo riscoprire un classico della fantascienza distopica, ma confrontarsi con un’opera che continua a colpire per lucidità e pessimismo, soprattutto grazie a una singola battuta diventata leggendaria e capace ancora oggi di gelare il sangue.

Ambientato in un futuro allora lontano ma ora sorprendentemente vicino, Soylent Green ci porta in una New York del 2022 soffocata dalla sovrappopolazione, dal caldo insopportabile e da un collasso ambientale ormai irreversibile. Milioni di persone vivono stipate in condizioni disumane, con accesso minimo ad acqua, cibo e abitazioni, mentre una ristretta élite continua a godere di privilegi, sicurezza e abbondanza. La società è spaccata in due, e la distanza tra ricchi e poveri appare incolmabile, regolata dal potere economico e politico e gestita da grandi корпorazioni.

Il film, diretto da Richard Fleischer e ispirato liberamente al romanzo Make Room! Make Room! di Harry Harrison, costruisce il suo mondo con grande attenzione ai dettagli. L’incipit, una sequenza di immagini che raccontano l’evoluzione e poi il sovraffollamento della civiltà moderna, introduce senza dialoghi il senso di una catastrofe lenta ma inevitabile. È un futuro in cui la crisi climatica ha devastato gli ecosistemi, gli oceani sono morenti e il concetto stesso di natura è ormai un ricordo.

In questo contesto opera la Soylent Corporation, l’azienda che produce alimenti industriali destinati a nutrire la popolazione. Le cialde Soylent Red e Soylent Yellow sono già la base dell’alimentazione dei più poveri, ma l’arrivo del nuovo prodotto, il Soylent Green, scatena un entusiasmo disperato. Viene presentato come un cibo miracoloso a base di plancton marino, distribuito in quantità limitate e capace di garantire energia e sopravvivenza. Le scene delle distribuzioni, tra file interminabili e rivolte violente, mostrano quanto la fame sia diventata uno strumento di controllo sociale.

Al centro della storia c’è il detective Robert Thorn, interpretato da Charlton Heston, che indaga sull’omicidio di un dirigente della Soylent Corporation. Quella che sembra un’indagine di routine si trasforma progressivamente in una scoperta insostenibile, che mette a nudo l’orrore su cui si regge l’intero sistema. La verità emerge solo alla fine, in modo brutale e definitivo, condensata in una frase diventata una delle più celebri della storia del cinema: «Il Soylent Green è fatto di persone!».

Non è solo un colpo di scena, ma una condanna morale. In quelle parole si concentra tutto il senso del film: una società che, pur di sopravvivere e mantenere i privilegi di pochi, è disposta a divorare letteralmente se stessa. Dopo 52 anni, quella frase continua a darci i brividi perché non parla solo di un futuro immaginario, ma riflette paure, disuguaglianze e derive che oggi appaiono meno fantascientifiche di quanto vorremmo.

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