Dopo 35 anni lItalia può ancora andar fiera di questo capolavoro ineguagliato

Ci sono film che resistono al tempo non perché inseguono l’attualità, ma perché intercettano un sentimento che torna ciclicamente: il bisogno di scappare, anche solo con la testa, quando la realtà si fa troppo stretta. Mediterraneo, diretto da Gabriele Salvatores e uscito nel 1991, appartiene a questa categoria: una storia capace di trasformare una parentesi di guerra in un racconto sull’illusione della fuga, sulla sospensione della responsabilità e sulla tentazione di reinventarsi altrove. A distanza di trentacinque anni, rimane uno dei titoli italiani più riconoscibili, anche perché ha saputo saldare un’identità molto “nostra” a un linguaggio comprensibile ben oltre i confini nazionali.

Il film parte da un incarico in apparenza semplice: durante la Seconda guerra mondiale un piccolo reparto di soldati italiani viene inviato su un’isola greca con compiti di presidio e controllo. Non è un gruppo di eroi, e Salvatores costruisce subito un tono in equilibrio tra commedia e malinconia: uomini ordinari, spesso spaesati, costretti a recitare una disciplina che sembra già svuotata di senso. Quando i collegamenti con il comando si interrompono e la guerra si allontana, l’isola smette di essere un avamposto e diventa un rifugio. Il tempo si dilata, le gerarchie si sfilacciano, la quotidianità prende il posto della missione: c’è chi si adatta, chi si aggrappa alla routine, chi comincia a immaginare una vita diversa, quasi fosse possibile sospendere per sempre il ritorno alla realtà. La trama procede proprio su questa frattura: l’idillio non è mai totale, perché l’ombra della Storia resta lì, fuori campo, pronta a rientrare in scena quando meno te lo aspetti.

A rendere credibile questo microcosmo è anche la forza del cast corale, con Diego Abatantuono, Claudio Bisio, Giuseppe Cederna, Claudio Bigagli, Gigio Alberti tra i volti principali, chiamati a lavorare più sulle sfumature che sulle battute ad effetto. Salvatores li dirige evitando la caricatura e lasciando che il film parli attraverso piccoli gesti, tempi morti, desideri taciuti: è in quella sospensione che Mediterraneo trova la sua voce più riconoscibile.Sul piano dei risultati, il dato più noto resta il riconoscimento internazionale: Mediterraneo vinse l’Oscar come Miglior film in lingua straniera alla cerimonia del 1992, un traguardo che lo ha fissato nell’immaginario come uno dei simboli del cinema italiano di fine Novecento. Anche la ricezione nel tempo è indicativa: su Rotten Tomatoes registra l’80% di Tomatometer (su 15 recensioni) e il 91% di Popcornmeter (su oltre 5.000 valutazioni), mentre su IMDb mantiene una media di 7,4/10 (su circa 17.000 voti).

Ed è qui che si capisce perché possiamo davvero andarne fieri. Mediterraneo non cerca la retorica bellica, non vende eroismi facili, non trasforma la guerra in un pretesto per “dare lezioni”. Racconta invece una fragilità italiana riconoscibile: l’arte di arrangiarsi, il desiderio di sottrarsi, la tentazione di confondere la salvezza con l’evasione. Ma lo fa con una leggerezza che non è superficialità, perché sotto la commedia c’è sempre il peso di ciò che viene rimandato. È un film che parla di identità senza sventolare bandiere, che costruisce un immaginario mediterraneo luminoso e insieme inquieto, e che riesce a essere locale e universale nello stesso momento: qualità rara, e per questo ancora preziosa, per un titolo che continua a rappresentare all’estero una certa idea di cinema italiano capace di emozionare senza spiegarsi troppo.

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