L’attesa per Avengers: Doomsday non riguarda soltanto il nuovo grande evento dei Marvel Studios, ma porta con sé una speranza molto precisa per i fan dei mutanti. Il film segnerà infatti il debutto ufficiale degli X-Men nel Marvel Cinematic Universe, aprendo finalmente la porta a una rilettura organica e coerente di personaggi che, per oltre vent’anni, sono stati affidati ai film prodotti da 20th Century Fox. Un passaggio storico che molti spettatori vedono come l’occasione ideale per sanare alcune ferite del passato, errori narrativi mai davvero rimarginati. Tra tutti, ce n’è uno che continua a pesare come un macigno sull’eredità cinematografica dei mutanti: il trattamento riservato a Wolverine e, in particolare, un clamoroso fraintendimento al centro di The Wolverine del 2013.
Nel complesso, il film diretto da James Mangold è spesso ricordato come una delle rappresentazioni più mature e rispettose di Logan. Ambientato in Giappone, lontano dai toni più rumorosi della saga principale, The Wolverine prova a raccontare il personaggio attraverso il tema della perdita, del senso di colpa e del desiderio di mortalità. Ed è proprio su quest’ultimo punto che la sceneggiatura inciampa in modo irreparabile, introducendo un errore che contraddice non solo i fumetti Marvel, ma anche quanto stabilito dagli stessi film precedenti.
La trama ruota attorno a Ichirō Yashida, magnate giapponese che Logan aveva salvato durante la Seconda guerra mondiale. Ora morente, Yashida propone a Wolverine un “dono”: la possibilità di diventare mortale, liberandolo da quell’immortalità che per lui è diventata una condanna. Il dialogo tra i due è il cuore del problema. Logan afferma che quello che gli hanno fatto non può essere annullato, riferendosi implicitamente alla sua natura, mentre Yashida sostiene che il suo fattore rigenerante possa essere trasferito.
Qui si manifesta l’errore fondamentale. Il fattore rigenerante di Wolverine non è il risultato del Programma Weapon X, né di un intervento esterno. È una conseguenza diretta della sua mutazione genetica, del gene X con cui Logan è nato. L’esperimento Weapon X ha sfruttato questa capacità per legare l’adamantio al suo scheletro, ma non ha creato né la rigenerazione né la longevità. Parlare di qualcosa che “gli è stato fatto” equivale a negare l’essenza stessa del personaggio.
La confusione diventa ancora più grave quando il film suggerisce che il fattore rigenerante possa essere rimosso fisicamente, addirittura estratto dalle ossa degli artigli. Un’idea che non solo sfida la logica interna del racconto, ma che rompe apertamente la coerenza costruita nei capitoli precedenti della saga. Il problema non è soltanto scientifico o fumettistico: è narrativo. Wolverine, uno dei personaggi più consapevoli e tormentati dell’universo Marvel e degli X-Men, diventa improvvisamente ignaro della propria natura, arrivando a condividere un errore che dovrebbe appartenere solo alla sceneggiatura. Questo scivolone pesa ancora oggi perché The Wolverine, per molti aspetti, funziona. Proprio per questo il buco di trama risalta con maggiore evidenza, trasformandosi in una macchia difficile da ignorare nella storia cinematografica del personaggio.
Dopo tredici anni, quel torto non è mai stato davvero corretto o spiegato, lasciando i fan con la sensazione di un’occasione mancata.Con l’arrivo degli X-Men nell’MCU, e con un personaggio come Wolverine destinato inevitabilmente a tornare centrale, Avengers: Doomsday potrebbe rappresentare la prima vera occasione per rimettere ordine. Non solo introducendo i mutanti nel nuovo universo condiviso, ma restituendo a Logan una coerenza che, paradossalmente, nemmeno uno dei suoi film migliori è riuscito a garantire fino in fondo.
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