Dimenticate Karate Kid: questa gemma nascosta del 1974 ha fatto anche meglio!

Quando si parla di cinema di arti marziali, l’allenamento è spesso il momento in cui un film decide davvero chi vuole essere. The Karate Kid lo ha reso pop come pochi altri: Mr. Miyagi che trasforma la routine in disciplina, Daniel che passa dalla frustrazione alla consapevolezza, e quella sensazione irresistibile che ogni gesto, ripetuto mille volte, serva a costruire qualcosa. È un’idea che attraversa tutta la storia del genere, dai titoli leggendari legati a Bruce Lee fino alle commedie acrobatiche di Jackie Chan e, più avanti, ai wuxia più eleganti e “volanti” diventati mainstream. Ma se l’Occidente ha imparato ad amare la fase del training con Karate Kid, c’è un film molto prima, quasi dimenticato, che quel passaggio lo mette al centro con una determinazione sorprendente.

Si chiama Shaolin Martial Arts ed è un gioiello del 1974 prodotto dalla Shaw Brothers e diretto da Chang Cheh, uno dei nomi chiave del kung fu cinematografico di quegli anni. Qui la trama non usa l’allenamento come una tappa obbligata prima del torneo o della resa dei conti: lo trasforma nella spina dorsale del racconto, la parte che regge la tensione e che dà senso a ogni scontro.La storia segue alcuni uomini Shaolin sopravvissuti dopo la distruzione del tempio. Non sono eroi invincibili, anzi: la loro stessa sopravvivenza li rende bersagli. Per eliminarli, un funzionario del governo mancese assolda due killer formidabili, Yu Pi e Pa Kang, combattenti talmente ben addestrati da sembrare imbattibili. Fin dalle prime schermaglie, però, si capisce che un varco esiste: ognuno dei due ha un punto debole preciso, ma per colpirlo servono tecniche che nessuno dei protagonisti possiede ancora. È qui che il film cambia marcia: invece di accelerare verso il combattimento finale, si prende il tempo di mostrare la costruzione del metodo.

Una delle sequenze più memorabili manda un personaggio a svolgere un compito che suona umiliante: catturare cinquanta pesci al giorno a mani nude. La frustrazione cresce, perché sembra un lavoro inutile, lontano dalle “vere” arti marziali. E invece, giorno dopo giorno, quel gesto ripetuto diventa la base per sviluppare una tecnica precisa, l’“artiglio d’aquila”, destinata a tornare decisiva quando la violenza reale bussa alla porta. In parallelo, un altro percorso di training insiste su un’idea di potenza controllata: colpire una campana da distanza ravvicinata, fallendo, ferendosi, ricominciando, fino a perfezionare un colpo secco e devastante, quasi un equivalente del celebre pugno “a un pollice”.

La cosa più bella è che Shaolin Martial Arts non si accontenta di un solo arco di crescita: alterna prove quasi ascetiche a momenti più diretti, come gli sparring con i maestri, e finisce per intrecciare più percorsi di addestramento, ognuno con il suo ritmo e la sua ricompensa. Il risultato è un film che, più che raccontare la vendetta, racconta il prezzo della preparazione. E quando arriva il confronto, è la conclusione inevitabile di un percorso fatto di ostinazione, dolore e disciplina.

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