Quando si parla di cinema action contemporaneo, è impossibile non partire da John Wick. La saga con Keanu Reeves non si è limitata a essere un successo commerciale: ha riscritto le regole del genere. Coreografie studiate al millimetro, combattimenti ravvicinati brutali e realistici, un protagonista quasi mitologico ma costantemente messo alla prova. Dopo il suo debutto nel 2014, l’action hollywoodiano non è più stato lo stesso.
Non sorprende, dunque, che negli anni successivi molti film abbiano provato a replicarne la formula. Da Atomic Blonde a Nobody, fino a Extraction e ad altri titoli meno riusciti, il tentativo è sempre stato lo stesso: portare sullo schermo uno stile più fisico, più diretto, meno patinato e più immersivo. Eppure, nonostante buone idee e interpreti carismatici, nessuno è davvero riuscito a raggiungere lo stesso equilibrio tra tensione, costruzione del mito e brutalità.
Il problema non è tanto la qualità tecnica. Molti di questi film funzionano, almeno in parte. Ma spesso danno l’impressione di voler “imitare” John Wick invece di comprenderne la vera essenza. E quando lo spettatore percepisce lo sforzo di riprodurre una formula, l’immersione si incrina.
C’è però un’eccezione che negli ultimi anni si è imposta con sorprendente forza: Sisu.
Uscito nel 2022 e ambientato nella Finlandia del 1944, Sisu prende l’impianto narrativo tipico del lone warrior contro un esercito di nemici e lo trapianta in un contesto storico decisamente più crudo. Il protagonista, Aatami Korpi, non è un sicario elegante né un professionista del crimine contemporaneo. È un ex soldato taciturno, quasi una figura leggendaria, che si ritrova a combattere contro un nemico chiaro e universalmente detestabile: i nazisti.
Questa scelta narrativa è fondamentale. A differenza dei generici boss mafiosi o cartelli della droga, il conflitto di Sisu è immediato, diretto, privo di ambiguità morali. Lo spettatore non ha bisogno di lunghe spiegazioni: la posta in gioco è chiara fin da subito.
Ma ciò che rende Sisu davvero l’unico “erede” credibile di John Wick è il modo in cui gestisce l’azione. Il film non parte a tutta velocità. Costruisce prima il mito del protagonista, lasciando che la tensione cresca lentamente. Poi, quando esplode la violenza, lo fa in modo viscerale e senza filtri. Ogni colpo sembra pesare, ogni ferita lascia un segno. L’uso di armi improvvisate – come il celebre piccone – e di strumenti trasformati in strumenti di morte rende ogni scontro imprevedibile e brutale.
Il recente sequel, Road to Revenge, conferma questa direzione. Pur offrendo meno scene d’azione rispetto al primo capitolo, sceglie di puntare su sequenze più ambiziose e spettacolari, mettendo Aatami in difficoltà e mostrando il costo fisico delle sue imprese. Un elemento che richiama direttamente il percorso di John Wick, spesso ferito, stremato e costretto a sopravvivere più che a dominare.
La vera forza di Sisu, però, sta nella sua identità. Non è una copia moderna ambientata in un altro contesto urbano. È un film che prende i principi fondanti del “codice Wick” – realismo coreografico, costruzione mitologica del protagonista, tensione costante e violenza fisicamente percepibile – e li rielabora in un linguaggio personale.
John Wick resta un caposaldo del genere e difficilmente verrà superato come fenomeno culturale. Ma se c’è un franchise che ha davvero compreso cosa lo rendeva unico, trasformando quella lezione in qualcosa di altrettanto potente, quello è Sisu. E nel panorama affollato di imitatori, non è poco.
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