È arrivato in sala il nuovo Cime tempestose diretto da Emerald Fennell, con protagonisti Margot Robbie e Jacob Elordi, e con esso torna inevitabilmente il tema più caldo quando si mette mano a un classico: la fedeltà al romanzo di Emily Brontë. La regista stessa ha chiarito di non voler realizzare una trasposizione “riga per riga”, ma una versione filtrata dal ricordo, dall’immaginazione e da ciò che avrebbe desiderato vedere accadere nella storia.
In una dichiarazione ripresa durante la promozione, Fennell l’ha messa così: «La cosa per me è che non puoi adattare un libro denso e complicato e difficile come questo libro. Non posso dire che sto facendo Cime tempestose. Non è possibile. Quello che posso dire è che sto facendo una versione di esso. C’è una versione che ricordo di aver letto, che non è proprio reale, e c’è una versione in cui volevo che succedessero cose che non sono mai successe. Quindi è Cime tempestose e non lo è».
Le conseguenze si vedono subito sul piano narrativo, e non solo stilistico. La differenza più netta riguarda la struttura: il film stringe la materia e rinuncia alla seconda parte “generazionale” del romanzo, quella in cui la vicenda, dopo gli eventi centrali, si sposta sulle conseguenze e su personaggi più giovani. Questo taglio incide sul senso complessivo dell’opera, perché Brontë costruisce un meccanismo di traumi che si propagano nel tempo, mentre qui la traiettoria diventa più concentrata e immediata.
A cascata arrivano anche scelte drastiche sui personaggi. Nella versione di Fennell non compaiono Hindley e Hareton, due tasselli cruciali dell’architettura originale: il primo è determinante per la degradazione di Heathcliff e per l’innesco della sua spirale, il secondo è centrale nel contrappunto finale del romanzo. Eliminandoli, il film semplifica l’ingranaggio della vendetta e riduce il respiro corale della storia.
Anche l’incipit dichiara che le regole sono cambiate. Il film si apre con uno schermo nero e suoni costruiti in modo ambiguo, come se suggerissero un amplesso; poi arriva la rivelazione: è il respiro spezzato di un uomo impiccato. È un colpo secco che sposta subito l’asse sul cortocircuito tra eros e morte, e che rende l’ingresso nella vicenda più provocatorio rispetto ai filtri e alle cornici narrative del libro.
In questo senso cambia pure la funzione di Nelly Dean. Nel romanzo è un pilastro del dispositivo di racconto, una voce che media, ordina e giudica; nel film viene ripensata in modo meno centrale come narratrice e più come presenza laterale, osservatrice e complice, con un peso diverso sugli equilibri attorno a Cathy.
Poi c’è la differenza più discussa: la relazione tra Cathy e Heathcliff viene resa più esplicita sul piano romantico ed erotico, molto più di quanto accada nelle pagine di Brontë. Margot Robbie lo ha sintetizzato con una frase diventata virale: «Non si sono mai davvero baciati nel libro, ma noi ci baciamo molto. Ci baciamo ovunque». Molti critici hanno puntato anche i riflettori su dinamiche di potere e su un erotismo più “kinky”, un registro che nel romanzo rimane in gran parte sottotraccia.
A completare lo scarto, Fennell accompagna la riscrittura con scelte estetiche lontane dall’idea di ricostruzione filologica. I costumi mescolano epoche e suggestioni, con un numero impressionante di cambi per Cathy, e la musica guarda al contemporaneo più che alla coerenza storica. Il risultato è un Cime tempestose che non chiede di essere valutato come copia del libro, ma come interpretazione: più compatto, più ellittico, più sensoriale, e decisamente più netto nel trasformare l’ossessione in spettacolo.
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