Avatar continua a essere una delle saghe cinematografiche più solide e redditizie degli ultimi quindici anni, capace di attraversare epoche tecnologiche e mode senza perdere centralità. Ogni nuovo capitolo firmato da James Cameron è un evento, e Avatar: Fuoco e cenere non ha fatto eccezione: grande affluenza in sala, dibattito acceso tra fan e un immaginario che continua ad espandersi. Eppure, anche davanti a un successo così imponente, c’è chi si è divertito a osservare la saga con maggiore attenzione, andando a cercare quei dettagli che non compromettono lo spettacolo, ma che restano lì, come piccoli nodi irrisolti – i famigerati buchi di trama. Questioni marginali, certo, ma abbastanza evidenti da aver fatto discutere una parte del pubblico più affezionato.
Il più fastidioso, e probabilmente il più discusso, riguarda Jake Sully e il ruolo di Toruk Makto. Nel primo Avatar, Jake diventa l’ultimo “Cavaliere dell’Ombra”, colui che doma il Toruk e riesce a unire i clan Na’vi contro l’invasione umana. È un momento fondativo della saga, non solo sul piano narrativo ma anche mitologico: Toruk Makto è una figura leggendaria, rara, destinata a emergere solo nei momenti di crisi estrema. Proprio per questo, molti spettatori si sono chiesti perché in Avatar: La via dell’acqua quella risorsa non venga mai presa in considerazione, soprattutto quando la guerra torna a bussare con violenza alle porte di Pandora.
Fuoco e cenere ha affrontato la questione in modo diretto, ma non immediatamente chiarificatore. Jake rifiuta esplicitamente l’idea di tornare Toruk Makto, spiegando che «quando cavalchi la bestia, diventi la bestia» e che quel ruolo è legato al sangue e alla distruzione. Una frase potente, ma volutamente ambigua, che lascia intendere una paura o un rifiuto più emotivo che strategico. Il problema è che lo stesso film, più avanti, ribalta di nuovo la situazione, riportando Jake su Toruk nel momento decisivo. Ed è qui che il sospetto di incoerenza diventa, per alcuni, difficile da ignorare.
La vera spiegazione, però, non si trova solo nei film, ma in un tassello narrativo esterno che fa parte del canone ufficiale: la miniserie a fumetti Avatar: The Gap Year – Tipping Point. Ambientata nel periodo di tempo tra il primo film e La via dell’acqua, racconta il ritorno della RDA su Pandora e le prime conseguenze di quel nuovo conflitto. È qui che emerge il peso reale del titolo di Toruk Makto, non come strumento di vittoria, ma come fardello.Jake comprende che la leggenda che ha incarnato ha spinto molti giovani Na’vi a seguirlo in battaglia credendo nei canti e nei miti, e che molti di loro sono morti proprio per questo. Il problema, dunque, non è Toruk in sé, ma ciò che rappresenta: un simbolo capace di accendere la speranza, ma anche di trascinare altri verso una guerra senza ritorno. Da qui nasce il suo rifiuto, la convinzione che «deve esserci un altro modo», fatto di addestramento, strategia e difesa, piuttosto che di miti guerrieri.
Letta alla luce di questa spiegazione, la scelta di Fuoco e cenere assume un significato più coerente. Il ritorno di Jake come Toruk Makto non è una contraddizione, ma una resa amara: l’accettazione che, davanti a una guerra di annientamento, non esistono più alternative. Non è un gesto di esaltazione eroica, ma l’ultima risorsa di un leader che ha cercato in tutti i modi di evitare di ripetere gli errori del passato.Il “buco di trama”, a conti fatti, non viene cancellato, ma riorientato. Non era una dimenticanza, bensì una scelta narrativa diluita su più media. Una soluzione che non tutti apprezzeranno, ma che dimostra come Avatar continui a ragionare sul peso dei miti, più che sulla loro semplice spettacolarizzazione.
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