Anche senza sangue e violenza questo film resta uno dei più disturbanti mai fatti

Esistono film disturbanti che fanno leva sul gore, sulla violenza esplicita o su immagini shock inguardabili. E poi esiste The Baby, un’opera del 1973 che riesce a insinuare un disagio molto più profondo senza ricorrere quasi mai al sangue. È un film che lavora in sottrazione, che disturba non perché mostra l’orrore, ma perché lo suggerisce, lo implica, lo lascia filtrare dalle dinamiche più quotidiane e dalla struttura stessa della sua storia. Il risultato è un’esperienza che molti spettatori definiscono ancora oggi “una delle più inquietanti mai realizzate”.

Diretto dall’insospettabile Ted Post, regista di film d’azione e serie televisive mainstream, The Baby è un’anomalia nella sua carriera. Un progetto che rifiuta qualsiasi etichetta netta: è horror, ma anche melodramma psicologico, exploitation e un feroce studio del potere all’interno dei nuclei familiari. Una miscela imprevedibile che lo colloca a metà tra la trasgressione visiva degli anni Settanta e una parabola disturbante sulle relazioni di dipendenza.

La storia segue Ann Gentry, un’assistente sociale ancora segnata da un trauma familiare, incaricata di occuparsi del caso più inquietante della sua carriera: la famiglia Wadsworth. La madre e le due figlie vivono isolate, ma non è la loro eccentricità a sconcertare Ann. Lo è invece Baby, un uomo di ventun’anni che viene trattato — e costretto a vivere — come un neonato. Non parla, non cammina, vive in una culla e risponde con versi infantili.
E se il pubblico può inizialmente pensare a un ritratto grottesco della malattia mentale, The Baby si rivela presto per ciò che è davvero: una storia di manipolazione, abuso psicologico e violenza invisibile, che passa attraverso gesti quotidiani e dinamiche familiari soffocanti.

Il film è disturbante proprio perché evita di indulgere nell’orrore esplicito. La violenza c’è, eccome, ma raramente viene mostrata direttamente. È nella tensione che impregna ogni dialogo, nella gelida quotidianità dei soprusi, nei silenzi che circondano Baby e nelle punizioni inflitte “fuori campo”. Il pubblico non vede tutto, ma percepisce ogni cosa. E ciò che si immagina è spesso peggiore di ciò che potrebbe essere esplicitato.

David Mooney — accreditato come David Manzy — interpreta Baby con un’intensità quasi animalesca, fatta di movimenti sgraziati, suoni infantili e una totale regressione del linguaggio corporeo. La scelta di usare un vero pianto di neonato in post-produzione amplifica ulteriormente lo spaesamento. Le tre donne che lo circondano, interpretate magnificamente da Ruth Roman, Suzanne Zenor e Marianna Hill, formano un clan matriarcale manipolatore e decadente, impegnato a mantenere Baby in uno stato di dipendenza forzata per ragioni tutt’altro che affettive.

Ma ciò che rende The Baby realmente disturbante è il suo progressivo ribaltamento delle aspettative. Ann, la figura che sembra guidata da genuino altruismo, si rivela avere motivazioni molto più oscure e complesse di quanto lasciasse intendere. Il film, negli ultimi minuti, si trasforma in qualcosa di completamente diverso, culminando in un twist tanto inquietante quanto crudamente ironico, che riscrive l’intera storia raccontata fino a quel momento.

Nonostante il suo contenuto morboso e le tematiche tabù — che includono accenni di sessualizzazione, dipendenza patologica e dinamiche quasi incestuose — The Baby ottenne negli Stati Uniti un semplice rating PG. Una decisione che oggi sembra assurda e che contribuisce alla sua fama di opera “proibita” solo in apparenza, capace di insinuarsi nella mente dello spettatore proprio perché non ricorre ai meccanismi dell’horror tradizionale.

Non stupisce che questo film, quasi dimenticato dal grande pubblico ma amatissimo dagli appassionati di cinema estremo e di exploitation anni ’70, sia diventato un oggetto di culto. La sua atmosfera malata, la scrittura imprevedibile e la totale assenza di punti di riferimento morali ne fanno un’esperienza irripetibile: qualcosa che continua a inquietare anche a distanza di decenni.

The Baby non ha bisogno di sangue o violenza grafica per turbare. Gli basta mostrare quanto possa essere spaventoso ciò che viene nascosto, taciuto o normalizzato all’interno delle mura domestiche. Ed è proprio per questo che, ancora oggi, resta uno dei film più disturbanti mai realizzati.

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