Anche dopo 19 anni, questa è ancora la più grande battuta finale nella storia dei film western

Ci sono finali che chiudono una storia e finali che la cristallizzano nel tempo, trasformandola in qualcosa di definitivo, impossibile da scalfire anche a distanza di anni. Nel cinema western, genere fondato su miti, archetipi e frasi destinate a diventare leggenda, le battute finali hanno sempre avuto un peso specifico enorme. Eppure, nonostante decenni di grandi film e di chiusure memorabili, ce n’è una che continua a imporsi come punto di riferimento assoluto, anche a diciannove anni dalla sua prima volta sullo schermo.

Uscito nel 2007, There Will Be Blood (Il Petroliere, in italiano) di Paul Thomas Anderson è un western atipico solo in apparenza. Ambientato nella California dei primi del Novecento, lontano da pistole fumanti e cavalcate polverose, il film racconta l’ascesa e la rovina morale di Daniel Plainview, magnate del petrolio disposto a sacrificare tutto – affetti, etica, umanità – in nome del potere e del successo. Interpretato da un Daniel Day-Lewis in stato di grazia, Plainview è uno dei personaggi più disturbanti e affascinanti del cinema contemporaneo, una figura che incarna perfettamente l’anima più oscura del mito della frontiera americana.

Nel corso del film, Anderson costruisce un racconto in cui capitalismo e religione diventano due facce della stessa oppressione. Il conflitto tra Plainview e il predicatore Eli Sunday, interpretato da Paul Dano, è il cuore pulsante della storia: due uomini animati da un’avidità diversa ma ugualmente distruttiva, impegnati in una lotta di potere che attraversa anni e umiliazioni reciproche. Quando il film arriva al suo epilogo, dopo un lungo salto temporale, Plainview ha ottenuto tutto ciò che desiderava: ricchezza smisurata, controllo, isolamento totale.

La scena finale è uno scontro definitivo, brutale, privo di qualsiasi possibilità di redenzione o ambiguità morale. Daniel Plainview vive ormai isolato in una villa smisurata, simbolo concreto della vittoria economica che ha inseguito per tutta la vita e, allo stesso tempo, della sua completa disumanizzazione. L’arrivo di Eli Sunday non è solo il ritorno di un vecchio rivale, ma l’ultimo atto di una guerra ideologica che il film ha preparato con pazienza: capitalismo contro religione, controllo contro manipolazione, dominio contro sottomissione. Quando Daniel umilia Eli, costringendolo a rinnegare pubblicamente la propria fede, non sta semplicemente vendicandosi, ma sta affermando in modo definitivo la sua visione del mondo, in cui ogni principio è negoziabile e ogni valore può essere schiacciato dal potere. La violenza che segue, improvvisa e animalesca, non è un’esplosione emotiva, ma la conseguenza inevitabile di un percorso che ha cancellato ogni residuo di empatia.

Dopo l’omicidio, non c’è musica enfatica né compiacimento narrativo. Anderson lascia che la scena si spenga lentamente, accompagnando lo spettatore dentro il vuoto lasciato dalle scelte di Plainview. È in questo silenzio che arriva la battuta finale, «Sono finito», pronunciata da un uomo esausto, coperto di sangue, che non ha più nulla da conquistare. Non è una confessione né una richiesta di aiuto, ma una constatazione fredda e definitiva. Daniel ha raggiunto l’apice del successo, ma quell’apice coincide con la fine di ogni possibilità di senso. È qui che la battuta diventa leggendaria: non chiude solo la storia di un personaggio, ma smaschera l’illusione su cui si fonda l’intero mito western, quello della conquista come destino glorioso.

A rendere questa frase la più grande battuta finale nella storia dei film western è proprio la sua capacità di ribaltare il genere dall’interno. Dove il western classico spesso celebrava la vittoria dell’individuo e la costruzione di un futuro, There Will Be Blood mostra il risultato ultimo di quella spinta: un uomo solo, svuotato, che ha “vinto” tutto e perso tutto. «Sono finito» non è solo la fine di Daniel Plainview, ma la chiusura simbolica di un’epoca e di un’idea di progresso. Una conclusione secca, memorabile, che continua a risuonare perché non offre consolazione, ma verità. Ed è proprio per questo che, anche a distanza di 19 anni, resta insuperabile.

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