Anche a distanza di anni, il colpo di scena di questo thriller continua a scioccare gli spettatori

Ci sono thriller che funzionano nell’immediato, grazie alla tensione e al ritmo serrato, ma che col tempo perdono parte del loro impatto. E poi ce ne sono altri che, anche a distanza di anni, continuano a sorprendere per la precisione con cui costruiscono il mistero e per la potenza del loro colpo di scena finale. Contrattempo, diretto da Oriol Paulo, appartiene senza dubbio a questa seconda categoria.

Fin dalle prime scene, il film mette in campo uno degli espedienti più affascinanti del giallo classico: il mistero della “stanza chiusa”. L’imprenditore Adrián Doria viene trovato in una camera d’albergo sigillata dall’interno, accanto al corpo senza vita della sua amante, Laura Vidal. Non ci sono segni di effrazione, nessuna via di fuga apparente. Tutte le prove sembrano condurre a lui. È un incipit che richiama la tradizione di Agatha Christie e dei grandi enigmi investigativi, ma Paulo utilizza questo schema solo come punto di partenza.

Per difendersi dall’accusa di omicidio, Adrián si affida a Virginia Goodman, un’avvocata di straordinaria lucidità e rigore. Il loro confronto, ambientato quasi interamente in un dialogo serrato, diventa il cuore pulsante del film. Non si tratta semplicemente di preparare una strategia legale, ma di smontare, analizzare e ricostruire la verità pezzo dopo pezzo. Ogni racconto di Adrián viene messo in discussione, ogni dettaglio può rivelarsi una crepa nella sua versione dei fatti.

La struttura narrativa è uno degli elementi più riusciti dell’opera. Attraverso flashback, prospettive divergenti e continui cambi di punto di vista, Contrattempo costruisce un racconto a incastro in cui nulla è definitivo. La verità non è un punto fermo, ma un territorio instabile, che si trasforma man mano che emergono nuove informazioni. Lo spettatore viene così coinvolto in un gioco di ricostruzione costante, chiamato a interrogarsi su ciò che è stato mostrato e su ciò che, invece, è stato omesso.

Un momento chiave della storia è l’incidente stradale che coinvolge Adrián e Laura in una zona isolata. L’investimento di un giovane uomo e la decisione di non rivolgersi alle autorità segnano l’inizio di una spirale di menzogne e compromessi morali. È qui che il film si allontana dal semplice enigma investigativo per esplorare un terreno più ambiguo: quello della colpa, della responsabilità e dell’autoassoluzione. Ogni scelta presa dai protagonisti genera conseguenze sempre più difficili da controllare, trascinando nella vicenda anche persone estranee alla loro relazione.

Ciò che rende il film particolarmente efficace è la sua capacità di ribaltare continuamente le certezze. Quando si ha l’impressione di aver compreso il quadro generale, la narrazione introduce un nuovo elemento che obbliga a rivedere tutto da capo. Il colpo di scena finale non è un semplice effetto sorpresa, ma il risultato di una costruzione meticolosa, che rilegge retroattivamente l’intera vicenda sotto una luce diversa. È uno di quei finali che non solo stupiscono, ma invitano a ripensare ogni dettaglio visto fino a quel momento.

A distanza di anni dalla sua uscita, Contrattempo mantiene intatta la sua forza proprio perché non si limita a offrire un mistero ben congegnato. Il film riflette sul potere della narrazione e sulla manipolazione della verità, mostrando quanto sia facile costruire una versione dei fatti funzionale ai propri interessi. In un’epoca in cui il confine tra realtà e percezione appare sempre più sfumato, questo tema risuona con particolare intensità.

Non è solo il colpo di scena a continuare a scioccare gli spettatori, ma l’intero percorso che conduce a esso. Oriol Paulo dimostra come il thriller possa ancora reinventarsi, rispettando la tradizione ma aggiornandola con un ritmo moderno e una tensione psicologica costante. È proprio questa combinazione a rendere il film uno degli esempi più riusciti del thriller europeo contemporaneo: un’opera che, anche a distanza di anni, riesce ancora a mettere in crisi le nostre certezze e a ricordarci che, spesso, la verità è l’elemento più fragile di tutti.

Fonte: Collider

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