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Anche 27 anni dopo chi guarda questo film continua a chiedersi: Cosa ho appena visto?

Anche 27 anni dopo chi guarda questo film continua a chiedersi: «Cosa ho appena visto?»

Anche a distanza di più di venticinque anni dalla sua uscita, ci sono film che continuano a lasciare lo spettatore sospeso, con la sensazione di aver attraversato qualcosa di difficilmente classificabile. Opere che non si esauriscono con i titoli di coda e che, anzi, sembrano trovare nuova forza proprio nello spaesamento che provocano. Essere John Malkovich rientra pienamente in questa categoria: un titolo che, ancora oggi, spinge chi lo riscopre a formulare la stessa identica domanda, «Cosa ho appena visto?».

Nel panorama cinematografico non sono molti i film capaci di costruire un’identità così riconoscibile partendo da un’idea apparentemente assurda. La storia ideata da Charlie Kaufman e portata sullo schermo da Spike Jonze nel 1999 nasce da un’intuizione radicale e la sviluppa senza mai cercare scorciatoie rassicuranti. In anni recenti, un approccio simile è tornato a emergere nel cinema di autori come Ari Aster, ma Essere John Malkovich resta uno degli esempi più puri e spiazzanti di questa libertà creativa applicata al racconto cinematografico.

Al centro del film c’è Craig Schwartz, marionettista senza lavoro interpretato da John Cusack, che finisce per accettare un impiego in un ufficio situato a un improbabile piano 7 e mezzo di un grattacielo newyorkese. La sua esistenza è segnata da frustrazione, fallimenti e un senso costante di inadeguatezza, finché una scoperta inattesa cambia radicalmente il corso degli eventi. Dietro una piccola porta nascosta si cela infatti un passaggio che conduce direttamente nella mente di John Malkovich. Chiunque vi entri può letteralmente abitare il corpo e la percezione dell’attore per quindici minuti, prima di essere espulso lungo un’autostrada del New Jersey. Da qui, il film abbandona ogni convenzione narrativa per addentrarsi in una spirale sempre più estrema, in cui l’esperienza diventa merce, ossessione e strumento di potere.

Il fascino dell’opera non risiede soltanto nella sua trovata narrativa, ma nel modo in cui questa viene utilizzata per interrogare temi profondi. Identità, desiderio, controllo e alienazione si intrecciano in una commedia surreale che non rinuncia mai a una componente disturbante. La sceneggiatura di Kaufman, che in seguito avrebbe vinto l’Oscar per Eternal Sunshine of the Spotless Mind, costruisce un equilibrio precario tra umorismo nero e riflessione esistenziale, mentre la regia di Jonze accompagna lo spettatore con uno stile che rende l’assurdo parte integrante della quotidianità.

Determinante è anche la presenza di John Malkovich, chiamato a interpretare sé stesso e, allo stesso tempo, a diventare oggetto e vittima del racconto. La sua performance aggiunge un livello di metacinema raramente visto, trasformando il film in una riflessione continua sul concetto stesso di identità pubblica e privata. Ancora oggi resta una delle prove più estreme e memorabili mai accettate da un attore, tanto da anticipare altri progetti concettuali e provocatori legati al suo nome.

A 27 anni dall’uscita, Essere John Malkovich continua a imporsi come una delle opere più enigmatiche e affascinanti del cinema contemporaneo. Non è soltanto un’esperienza bizzarra o una curiosità d’autore, ma un film capace di interrogare lo spettatore sul significato dell’io e sul desiderio, spesso inconfessabile, di vivere nei panni di qualcun altro. È disponibile per il noleggio o l’acquisto sulle principali piattaforme streaming e se non l’avete visto vi consigliamo assolutamente di recuperarlo.

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