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Allestero sono tutti daccordo: Questo è il miglior horror italiano di sempre

All’estero sono tutti d’accordo: «Questo è il miglior horror italiano di sempre»

C’è un film che, anche a distanza di quasi cinquant’anni, continua a sembrare arrivato da un’altra dimensione. Non perché racconti una storia impossibile da seguire, ma perché la sua vera trama passa attraverso luci innaturali, colori violenti e suoni che sembrano ipnotizzare. È per questo che Suspiria di Dario Argento viene ancora oggi indicato da critici e appassionati internazionali come il punto più alto dell’horror italiano: non si limita a spaventare, ma costruisce un’esperienza sensoriale che resta addosso.

La trama, in apparenza, è essenziale. Suzy Bannion, giovane ballerina americana interpretata da Jessica Harper, arriva in Germania per entrare in una prestigiosa accademia di danza. Fin dalle prime ore qualcosa non torna: studenti che scompaiono, voci inquietanti, sguardi che sembrano nascondere segreti. Suzy e la sua amica Sara provano a ricomporre i pezzi, ma più cercano risposte, più la scuola appare come un luogo chiuso e ostile, governato da una logica quasi rituale. È un racconto che potrebbe essere riassunto come una fiaba nera, e proprio per questo Argento può permettersi di ridurre al minimo le spiegazioni: ciò che conta davvero è l’atmosfera.

Ed è qui che Suspiria diventa “il film definitivo” per tanti osservatori stranieri. La sua forza sta in una messa in scena totalmente anti-naturalistica, quasi espressionista: luci che sembrano nascere dal buio, corridoi invasi da colori primari, spazi art déco che paiono irreali. La sensazione è quella di attraversare uno specchio e finire in un mondo dove la realtà esiste solo come pretesto. Anche i dettagli più quotidiani vengono trasformati in qualcosa di minaccioso: una porta che si apre, un passo nel corridoio, un suono ripetuto. È un cinema che non cerca la verosimiglianza, ma l’ipnosi.

A rendere tutto ancora più potente è il lavoro sul suono, a cominciare dalla colonna sonora dei Goblin. In diversi passaggi, musica e rumori non accompagnano soltanto le immagini: le “posseggono”. Il risultato è una tensione quasi fisica, costruita come un crescendo che prepara lo spettatore al momento della violenza. E anche quando Suspiria diventa esplicito – con omicidi che sono entrati nell’immaginario del cinema di genere – ciò che resta impresso non è solo la brutalità, ma il modo in cui Argento la orchestra: come se ogni set piece fosse una sequenza di puro cinema, pensata per colpire occhi e nervi.

Non a caso, parte della critica internazionale considera Suspiria il film che segna la svolta “soprannaturale” di Argento, anche per la mitologia che introduce e che verrà ripresa in seguito. Eppure, la grandezza del film non dipende dal “lore” o dai colpi di scena, quanto da quella capacità rarissima di trasformare l’estetica in racconto: la bellezza diventa inquietudine, il design diventa minaccia, la coreografia dello spazio diventa terrore.

È anche per questo che, molti anni dopo, un remake ambizioso come quello di Luca Guadagnino ha potuto esistere senza essere percepito come un sacrilegio: Suspiria è talmente iconico e irripetibile da lasciare spazio a interpretazioni diverse, purché altrettanto personali. Ma il punto di partenza resta sempre lo stesso. Nel panorama dell’horror internazionale, Suspiria continua a essere un riferimento assoluto: un film che non ha bisogno di “somigliare” a qualcosa, perché ha creato un linguaggio. E ancora oggi basta un fotogramma – un colore, un corridoio, un accordo – per riconoscerlo all’istante.

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