Anche a distanza di oltre cinquant’anni, Milano calibro 9 continua a essere celebrato all’estero come uno dei vertici assoluti del crime europeo anni ’70. Eppure in Italia, per molto tempo, è stato liquidato come “semplice poliziottesco”, confinato nel recinto del cinema di genere. Oggi la sua reputazione internazionale racconta una storia diversa: quella di un film radicale, cupo, modernissimo, capace di influenzare cineasti e studiosi ben oltre i confini nazionali.
Diretto nel 1972 da Fernando Di Leo e tratto da racconti di Giorgio Scerbanenco, il film segue la parabola di Ugo Piazza (Mario Adorf), ex detenuto sospettato di aver sottratto una grossa somma alla malavita milanese. Fin dalle prime sequenze, Di Leo imposta un tono spietato: niente eroismi, nessuna mitizzazione della criminalità, ma un universo dominato da paranoia, tradimenti e fatalismo. È proprio questo sguardo disincantato che ha reso il film oggetto di una progressiva rivalutazione critica fuori dall’Italia.
Negli Stati Uniti, Milano calibro 9 è stato restaurato e distribuito da etichette specializzate come Raro Video USA, entrando nel circuito arthouse e nelle retrospettive dedicate al cinema di genere europeo. Secondo recensioni e analisi critiche straniere, il film rappresenta un ritratto spietato e asciutto della criminalità metropolitana, con una struttura narrativa che privilegia tensione e fatalismo più che convenzioni del genere (Offscreen). Critici cinefili e saggi di cinema hanno sottolineato come il regista Fernando Di Leo abbia descritto con realismo brutale e coerenza agghiacciante il sottobosco criminale milanese, elevando il film oltre il semplice registro del “poliziottesco” di serie B. Anche Slant Magazine ha evidenziato la capacità di Di Leo di fondere violenza e critica sociale in un racconto asciutto e implacabile.
La consacrazione internazionale passa anche attraverso l’ammirazione dichiarata di Quentin Tarantino, che ha più volte citato il poliziottesco italiano come fonte d’ispirazione per il proprio immaginario. Tarantino ha programmato film di Di Leo nelle sue rassegne personali e ha riconosciuto l’influenza di quel cinema urbano e cinico sulla costruzione dei suoi gangster movie. Non è un caso che molti critici americani leggano Milano calibro 9 come un anello fondamentale nella genealogia del crime contemporaneo.
In Italia, al contrario, il poliziottesco è stato a lungo considerato un sottogenere commerciale, legato allo sfruttamento della cronaca nera e alla violenza spettacolare. Solo negli ultimi anni la critica ha iniziato a riconsiderare il valore autoriale di Di Leo, riconoscendogli una coerenza tematica e una lucidità politica che vanno ben oltre le convenzioni del genere. Il film restituisce infatti un ritratto amarissimo della Milano dei primi anni ’70, attraversata da tensioni sociali, disillusione e un senso diffuso di sfiducia nelle istituzioni.
Un altro elemento che ha contribuito alla venerazione estera è lo stile visivo. La regia di Di Leo evita il virtuosismo gratuito e privilegia una messa in scena nervosa, essenziale, costruita su dialoghi taglienti e su un uso espressivo degli spazi urbani. La colonna sonora di Luis Bacalov, con le sue sonorità funk e jazz, ha acquisito nel tempo uno status quasi iconico, spesso campionata e celebrata dagli appassionati di soundtrack anni ’70.
Oggi Milano calibro 9 compare regolarmente nelle classifiche internazionali dedicate al miglior cinema crime europeo, ed è oggetto di studi accademici che ne analizzano la costruzione narrativa e il rapporto con il contesto politico dell’epoca. Paradossalmente, è proprio fuori dall’Italia che il film ha trovato la sua consacrazione definitiva, trasformandosi da prodotto di genere a opera di riferimento.
Forse è questa la sua eredità più significativa: dimostrare che il cinema italiano degli anni di piombo non è stato solo commedia o autorialità “alta”, ma anche un laboratorio feroce e sofisticato di racconto criminale.
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