A distanza di 16 anni, il finale di questo film è ancora oggi tra i più discussi di sempre

A sedici anni dalla sua uscita, Shutter Island continua a occupare un posto speciale nel panorama dei thriller psicologici moderni. Diretto da Martin Scorsese e interpretato da Leonardo DiCaprio, il film è arrivato nelle sale il 19 febbraio 2010, adattando l’omonimo romanzo di Dennis Lehane e trasformandosi rapidamente in un caso cinematografico. Non solo per il colpo di scena centrale, ma soprattutto per quell’ultima scena che ancora oggi divide il pubblico.

Ambientato negli anni Cinquanta, il film si presenta inizialmente come un classico noir investigativo. DiCaprio interpreta Edward “Teddy” Daniels, un maresciallo federale inviato insieme al collega Chuck Aule – interpretato da Mark Ruffalo – su un’isola remota dove sorge Ashecliffe, un ospedale psichiatrico per criminali pericolosi. L’obiettivo è indagare sulla misteriosa scomparsa di una paziente. Fin dalle prime sequenze, però, l’atmosfera si carica di tensione: tempeste improvvise, corridoi claustrofobici, medici evasivi e sogni ricorrenti costruiscono un senso costante di inquietudine.

Con il procedere della storia, Teddy inizia a sospettare che dietro la struttura si nasconda una cospirazione più ampia, fatta di esperimenti illegali e manipolazioni mentali. Ma ciò che sembra un’indagine contro un sistema corrotto si trasforma progressivamente in un viaggio dentro una mente frammentata. Il grande ribaltamento arriva nel finale: Teddy non è un investigatore, ma Andrew Laeddis, un paziente della struttura. L’identità del maresciallo è una costruzione mentale nata per proteggersi da un trauma insostenibile.

La verità è devastante: la moglie di Andrew ha ucciso i loro tre figli e lui, incapace di affrontare la situazione, ha finito per uccidere lei. Il personale dell’ospedale – incluso il personaggio di Ruffalo, in realtà il suo psichiatra – ha deciso di mettere in scena il suo delirio come parte di una terapia estrema, sperando che possa finalmente accettare la realtà. Se il trattamento fallisse, l’unica alternativa sarebbe la lobotomia.

Questo colpo di scena, per quanto sconvolgente, non è ciò che rende il film così discusso. È l’ultima sequenza a cambiare tutto. Dopo aver apparentemente recuperato la memoria e riconosciuto la propria identità, Andrew sembra tornare improvvisamente a parlare come se fosse ancora Teddy, riferendosi alla cospirazione e al ruolo di agente federale. I medici, interpretando il comportamento come una ricaduta, decidono di procedere con l’intervento.

Ma prima di essere condotto via, Andrew pronuncia una frase che ha alimentato discussioni per oltre un decennio: «Cosa sarebbe peggio, vivere come un mostro o morire da uomo perbene?». È un momento breve, ma potentissimo. La domanda suggerisce che Andrew possa essere perfettamente lucido e che stia scegliendo consapevolmente la lobotomia come forma di espiazione. Un atto estremo per sottrarsi al peso insopportabile del senso di colpa e alla paura di poter fare ancora del male.

È qui che il film si apre a due interpretazioni opposte. Da una parte c’è chi è convinto che Andrew sia davvero ricaduto nel delirio, incapace di sostenere la verità. Dall’altra, molti spettatori leggono quell’ultima battuta come la prova definitiva della sua lucidità: una scelta volontaria, tragica ma coerente, per mettere fine al proprio tormento. Il fatto che il dottor Sheehan lo chiami “Teddy?” senza ricevere risposta rafforza ulteriormente l’ambiguità.

Scorsese costruisce il finale con grande precisione, evitando qualsiasi risposta definitiva. Non ci sono spiegazioni aggiuntive, nessun chiarimento postumo. Lo spettatore viene lasciato solo con il dubbio, costretto a interrogarsi su ciò che ha appena visto. È una scelta narrativa coraggiosa, che rifiuta la chiusura rassicurante tipica di molti thriller.

A distanza di sedici anni, Shutter Island continua a essere oggetto di analisi, teorie e dibattiti online. E forse è proprio questa ambiguità a renderlo così memorabile: non un semplice film con un colpo di scena, ma un racconto che affida al pubblico l’ultima parola.

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Fonte: ComicBook

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