Ci sono film che non invecchiano mai, opere che attraversano i decenni mantenendo intatta la loro potenza visiva e la loro inquietudine. Tra questi, Kwaidan di Masaki Kobayashi occupa un posto d’onore. Uscito nel 1964 e basato sulle antiche leggende giapponesi raccolte da Lafcadio Hearn, il film è ancora oggi considerato uno dei capisaldi dell’horror mondiale. A sessant’anni dalla sua uscita, continua a essere citato come un’esperienza ipnotica, poetica e spaventosa, capace di ridefinire il modo stesso in cui il cinema racconta il soprannaturale.
Il titolo deriva dall’antico termine “kaidan”, che significa “storie di fantasmi”. In effetti, l’opera è una raccolta di quattro racconti: quattro incontri con l’ignoto, legati dal tema universale della colpa, del rimorso e del destino. Un samurai che tradisce la moglie e tenta invano di redimersi; un boscaiolo che incontra un demone di neve; un musicista cieco costretto a suonare per gli spiriti di antichi guerrieri; uno scrittore risucchiato nella leggenda che sta narrando. Ciascun episodio è un piccolo incubo sospeso tra sogno e mito, in cui la paura nasce lentamente, insinuandosi nei silenzi e nei colori.
Kobayashi, già autore del monumentale The Human Condition, porta nel genere horror una sensibilità pittorica e filosofica rara. Ogni inquadratura è costruita come un quadro, ogni colore ha un significato: il rosso del sangue e della passione, il bianco del gelo e della morte, il nero che tutto avvolge. Non ci sono jumpscare o urla improvvise, ma un senso di inquietudine costante, un presagio che cresce scena dopo scena fino a diventare inevitabile.
Critici come Roger Ebert lo hanno definito “uno dei film più belli mai realizzati”, e non è difficile capirne il motivo. Kwaidan è un horror di pura eleganza, un viaggio spirituale e sensoriale che unisce la bellezza estetica al terrore esistenziale. La sua influenza è visibile in tutta la tradizione del J-horror moderno, da Ringu a Ju-on, che ne ereditarono le figure simboliche — la donna vestita di bianco, i capelli corvini, la fusione di dolore e vendetta.
Sessant’anni dopo, Kwaidan resta una lezione di cinema: un film che ci ricorda come la paura più profonda non nasca dal mostro, ma dall’uomo stesso e dai fantasmi che si porta dentro.
Fonte: Collider
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