La fantascienza sul grande schermo ha sempre regalato al pubblico storie e visioni su mondi lontani, futuri possibili e scenari capaci di spingere l’immaginazione oltre i suoi confini. Nello sci-fi esiste tuttavia un approccio molto più sottile e decisamente più inquietante che non ha bisogno di inventare nulla, appoggiandosi con forza non solo alla plausibilità ma anche al realismo più crudo.
Uscito nel 1971, Andromeda resta uno dei migliori film ascrivibili a questa categoria, dal momento che anche a ben 55 anni di distanza dalla sua uscita continua a suscitare timore e inquietudine per il modo in cui la sua trama si ritrova a sfiorare pericolosamente la realtà. Diretto da Robert Wise e tratto dall’omonimo romanzo di Michael Crichton, il film adotta uno stile clinico, quasi documentaristico, per raccontare tutte le conseguenze e le dinamiche partorire dall’insorgere di una minaccia biologica terrificante.
La storia segue un team di scienziati chiamati a studiare un misterioso organismo extraterrestre, responsabile della morte improvvisa degli abitanti di una piccola cittadina americana dopo lo schianto di un satellite governativo. Man mano che l’indagine procede, l’organismo muta, mettendo in crisi ogni sistema di contenimento e trasformando una missione di studio in una corsa contro il tempo. Quello che emerge, però, non è solo la minaccia aliena, ma l’evidenza che anche i protocolli più avanzati possono fallire sotto il peso dell’imprevisto e dell’errore umano.
Nonostante i giganteschi progressi scientifici compiuti dagli anni ’70 ad oggi, la rappresentazione della ricerca e dei protocolli di sicurezza vista nel film è resa con un realismo e una dovizia di particolari sconvolgente e disturbante, anticipando di cinque decadi le scene tristemente familiari viste con la pandemia da COVID-19.
In Andromeda infatti nulla appare fantasioso o fuori scala rispetto alle procedure comunemente utilizzate. Vediamo scienziati che, per fronteggiare una minaccia sconosciuta, formulano ipotesi, commettono valutazioni errate, e cercano nuove soluzioni mentre il problema evolve davanti ai loro occhi. In fondo, come suggerisce il film, affrontare un nuovo agente patogeno significa spesso “costruire l’aereo mentre lo si sta pilotando”, il tutto afflitto da mutazioni impreviste e fragilità umane, le quali contribuiscono a creare la tempesta perfetta.
Wise e Crichton ridefiniscono hanno così ridefinito il concetto stesso di paura nella fantascienza. Non sono necessari mostruosi alieni ominacce cosmiche incomprensibili laddove basta spingere la realtà un passo più in là e lasciare che l’immaginazione segua il suo decorso logico. Il risultato è un finale tanto memorabile quanto gelido, che lascia allo spettatore di fronte alla consapevolezza che, di fronte a certi scenari, la sopravvivenza non è eroismo, ma bensì nulla più di un azzardo calcolato.
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