Nel 1978 il mondo del cinema cambiò per sempre, e nessuno se ne accorse subito. Quello che all’epoca sembrava un piccolo film indipendente, realizzato con un budget ridottissimo e senza grandi nomi, sarebbe diventato uno dei pilastri del cinema horror moderno. Il titolo era Halloween – La notte delle streghe e il suo autore, un giovane regista di nome John Carpenter, aveva appena riscritto le regole della paura.
Quarantasette anni dopo, Halloween continua a essere proiettato nelle notti d’autunno di tutto il mondo, simbolo di un genere che deve ancora trovare qualcosa di altrettanto puro e spaventoso. E ogni volta che quella musica parte, con le sue note ossessive e precise come un battito cardiaco, lo spettatore capisce di trovarsi davanti non solo a un film, ma a un’esperienza sensoriale che definisce la parola “terrore”.
Nel 1978 il mondo del cinema cambiò per sempre, e nessuno se ne accorse subito. Quello che all’epoca sembrava un piccolo film indipendente, realizzato con un budget ridottissimo e senza grandi nomi, sarebbe diventato uno dei pilastri del cinema horror moderno. Il titolo era Halloween e il suo autore, un giovane regista di nome John Carpenter, aveva appena riscritto le regole della paura.
Quarantasette anni dopo, Halloween continua a essere proiettato nelle notti d’autunno di tutto il mondo, simbolo di un genere che deve ancora trovare qualcosa di altrettanto puro e spaventoso. E ogni volta che quella musica parte, con le sue note ossessive e precise come un battito cardiaco, lo spettatore capisce di trovarsi davanti non solo a un film, ma a un’esperienza sensoriale che definisce la parola “terrore”.
La colonna sonora, composta dallo stesso Carpenter in pochi giorni, è una delle più riconoscibili della storia del cinema. Cinque note ripetute all’infinito — un battito costante che sembra provenire direttamente dal cuore dello spettatore.
Halloween non è solo un film di paura: è una riflessione sulla vulnerabilità dell’America suburbana. Carpenter ambienta l’orrore in un quartiere qualunque, con le sue villette ordinate e le strade tranquille, dimostrando che il male non vive nei castelli gotici o nei boschi oscuri, ma accanto a noi, dietro una porta chiusa a chiave.
L’idea di portare il terrore nel quotidiano fu rivoluzionaria. Da quel momento, il cinema horror avrebbe smesso di cercare il soprannaturale per concentrarsi su un male più realistico, riconoscibile, possibile. È anche per questo che Halloween non invecchia mai: perché la paura che racconta è universale e sempre attuale.
Con Halloween, Jamie Lee Curtis debutta al cinema e diventa immediatamente un’icona. Il suo personaggio, Laurie Strode, è l’archetipo della cosiddetta “Final Girl”: l’unica sopravvissuta, intelligente, cauta, in grado di trasformare la paura in resistenza. Laurie non è un’eroina armata, ma una ragazza normale che usa l’istinto per sopravvivere.
Curtis infonde al personaggio una naturalezza e un’umanità che rivoluzionano il ruolo femminile nell’horror. Non è una vittima, ma una testimone — e il pubblico vive attraverso i suoi occhi l’incubo di una notte che sembra non finire mai.
Accanto a lei, Donald Pleasence interpreta il dottor Loomis, lo psichiatra di Michael Myers, ossessionato dall’idea di fermarlo. È lui a definire la natura del male in una delle battute più celebri della saga: “Non è un uomo”.
Pochi sanno che la maschera di Michael Myers fu improvvisata: un travestimento di William Shatner (il celebre capitano Kirk di Star Trek) comprato in un negozio di costumi e dipinto di bianco. Il risultato fu spettrale: un volto senza espressione, senza emozione, quasi disumano.
Quella scelta casuale generò una delle icone più riconoscibili della storia del cinema. La maschera non rappresenta solo un assassino, ma il concetto stesso di vuoto morale: un uomo ridotto a simbolo, un fantasma moderno che cammina tra noi.
Da Halloween in poi, il cinema horror non è stato più lo stesso. Il film di Carpenter ha inaugurato il filone slasher, ispirando decine di titoli come Venerdì 13, Nightmare e Scream. Eppure, nonostante i sequel, i reboot e le imitazioni, nessuno è mai riuscito a ricreare la perfezione dell’originale.
Le generazioni successive hanno cercato di spiegare il male — Carpenter, invece, lo mostrava e basta. È questo il suo segreto: non dare risposte, ma lasciare lo spettatore solo con le proprie paure.
A quasi mezzo secolo dalla sua uscita, Halloween non ha perso nulla della sua potenza. Anzi, rivederlo oggi, in un’epoca di horror digitali e sovraccarichi, è come tornare alle origini del genere: una lezione di cinema, ritmo e terrore psicologico.
Quando le luci si spengono e parte quel tema inconfondibile, la sensazione è sempre la stessa: Michael Myers è tornato. Ma forse non se n’era mai davvero andato.
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